Saturday, July 28, 2012

A dispetto della repressione il revisionismo vincerà


Questo 25 luglio, a Parigi, un giudice istruttore mi ha notificato tre rinvii a giudizio che concernono essenzialmente la mia partecipazione alla conferenza internazionale di Teheran sull'“Olocausto”. Ricordo che a questa conferenza, che si è svolta l'11 e il 12 dicembre 2006, tutti i partecipanti senza eccezione, così i credenti come i contestatori della nuova religione, hanno potuto liberamente far sentire i loro argomenti. Il 13 dicembre 2006 Jacques Chirac, in quel periodo presidente della Repubblica francese, aveva denunciato la mia partecipazione alla suddetta conferenza ed annunciato che chiedeva contro di me l'apertura d'una inchiesta giudiziaria. È precisamente questa inchiesta che approda, cinque anni e mezzo più tardi, al mio triplo rinvio a giudizio. Bisogna comprendere che delle pietose associazioni hanno nel frattempo unito i propri lamenti all'iniziativa di "Superbugiardo", il quale, del tutto normalmente, s'era portato così in aiuto di una Supermenzogna in pericolo ["Superbugiardo" è stato per molto tempo il soprannome attribuito a Jacques Chirac in un programma comico molto popolare della televisione francese che affrontava temi d'attualità – NdT].
Peraltro, proprio oggi, 28 luglio, ricevo una convocazione della polizia giudiziaria per il 31 luglio. Assunte informazioni, si tratta di un intervento revisionista che io avrei recentissimamente tenuto su Internet.
Ho l'abitudine di presentarmi alle convocazioni di un giudice istruttore o di un ufficiale di polizia ma mai rispondo alle domande al di fuori di quelle che vertono sulla mia identità. Anche se il funzionario sbuffa, gli faccio sempre registrare nel verbale dell'interrogatorio la mia breve rituale dichiarazione: “Io rifiuto di collaborare con la polizia e la giustizia francesi nella repressione del revisionismo storico. Prima prevengo l'interessato che nel caso in cui egli rifiutasse questa frase non firmerei il verbale.

   L'ineluttabile vittoria del revisionismo
Sul piano strettamente scientifico e storico la vittoria dei revisionisti è già completa ma bisogna ancora portare la notizia a conoscenza del grande pubblico, cosa che non è un affare secondario.
In ogni modo esiste necessariamente un considerevole tempo di ritardo tra il momento in cui si produce una verità scientifica che è sbalorditiva ed il momento in cui l'opinione pubblica si decide ad accettare questa scoperta. Un tempo, ciò poteva essere questione di parecchi secoli ma oggi, soprattutto grazie ad Internet, due o tre generazioni potrebbero bastare (da 66 a 99 anni dopo il 1945!). Un giorno, dei ricercatori venuti da tutti gli orizzonti uniranno i loro sforzi in vista di pubblicare su Internet un'interminabile Encyclopaedia Universalis delle menzogne dell'Olocausto, un immenso Stupidario della Shoah, una vasta elencazione del falso e delle falsificazioni presso “i veri falsari della Storia”. Fonti o riferimenti a sostegno, vi si scopriranno i nomi e le opere di coloro che si sono disonorati tanto per le loro menzogne, le loro calunnie, le loro false testimonianze quanto per i loro appelli alla repressione contro i revisionisti. Le generazioni future vi vedranno prove alla mano come nasce, vive e muore un certo tipo di religione universale essenzialmente fondata sull'odio, la frode ed il lucro. Nessun complotto, nessuna congiura sono stati necessari per produrre queste abiezioni olocaustiche; sono stati sufficienti, da una parte, l'arroganza del vincitore dotato di un potere illimitato, la sua sfacciataggine, il suo cinismo, il suo gusto della vendetta, e, dall'altra parte, lo sfruttamento della Stupidità, della Menzogna e della Credulità.
Sulle vittorie fin qui riportate dal revisionismo e molto spesso nascoste al grande pubblico, vedete nel blog http://robertfaurisson.blogspot.com i miei testi dell'11 dicembre 2006 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/le-vittorie-del-revisionismo.html) e dell' 11 settembre 2011 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2011/09/le-vittorie-del-revisionismo-seguito.html). In quest'ultimo testo, intitolato “Le Vittorie del revisionismo (seguito)”, richiamo l'attenzione del lettore sulla sezione intitolata “Il colpo di grazia portato, il 27 dicembre 2009, al mito delle camere a gas naziste”. Vi si tratta il caso di Robert Jan van Pelt, che talvolta chiamo “l'ultimo dei Mohicani della causa sterminazionista”. Ecco un ricercatore ebreo che, rinunciando alla lotta, finisce per riconoscere che non esiste ad Auschwitz, capitale dell'“Olocausto”, nessuna PROVA di uno sterminio degli ebrei ma soltanto delle “testimonianze” (sic!). Costui preconizza che su tutto quanto il luogo di Auschwitz e di Birkenau si lasci che la natura riprenda i suoi diritti. In altre parole, se lo comprendiamo bene, le decine di milioni di turisti o di pellegrini che si sono recati su quei luoghi sono stati tratti in inganno da un'abbondanza di false prove. Secondo me, gli sfruttatori del mito di Auschwitz non prendono in giro solo i viventi ma anche i morti le cui reali sofferenze in questo modo sono relegate in secondo piano per lasciare il posto a dei racconti fantasmagorici e sfruttati da lestofanti.
Lo confermo qui: dopo il 27 dicembre 2009, non si è trovato nessuno che adduca una prova scientifica a sostegno di questa causa che si è costruita allo stesso tempo sul troppo reale dolore delle vittime e sui troppi “fatti [non] accertati e, di conseguenza, “destinati alle pattumiere della storia”. Il riconoscimento è di Jean-Claude Pressac. Ancora sotto il colpo della sconfitta che aveva dovuto subire durante il mio processo del 9 maggio 1995, in cui noi, Eric Delcroix ed io stesso, avevamo preteso la sua comparizione, l'uomo ha firmato questo riconoscimento un mese dopo, esattamente il 15 giugno 1995, al termine di un testo di quasi 40 pagine. Questa capitolazione di un ex collaboratore della coppia Klarsfeld è stata inizialmente tenuta sigillata per cinque anni. Poi, il testo ci è stato infine rivelato da Valérie Igounet, a piccoli caratteri tipografici e verso l'ultima fine della sua opera, Histoire du négationnisme en France, Seuil, Parigi, 2000, p. 613-652.
      Sic transit gloria turpis mendacii! [Così passa la gloria del turpe mendacio!]
L'impostura di Auschwitz ha fatto il suo tempo. Per quanto riguarda la repressione esercitata dagli impostori è il segno che questi ultimi sono a corto di argomenti. Si chiedeva loro “una prova, solo una prova” a sostegno della loro terribile accusa: secondo loro, per più di quattro anni la Germania avrebbe perpetrato contro il popolo ebreo un crimine senza precedenti nella storia dell'umanità e, durante tutti questi anni, il resto del mondo, ad eccezione di una manciata di “Giusti”, sarebbe rimasto indifferente a questo orrore indicibile. In un primo tempo, gli impostori hanno fornito un'abbondanza di “prove” che, tutte, si sono rivelate fallaci e ciò a tal punto che in un secondo tempo, a partire dal 1979 hanno dovuto concludere che tutto sommato non c'era motivo di provare l'evidenza! * Non restava più che colpire i recalcitranti ed essi hanno colpito. L'hanno fatto tanto con la produzione di opere in cui la supposizione se la contende con la speculazione, tanto con il cinema ed il romanzo, ma anche con il martellamento delle menti e la violenza fisica e la forza ingiusta della legge. Inutilmente. Il revisionismo vincerà.
28 luglio 2012 
Traduzione a cura di Germana Ruggeri
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Trotz Repression wird der Revisionismus siegen

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Diesen 25. Juli hat mir ein Untersuchungsrichter in Paris drei Anklageschriften ausgehändigt, die im wesentlichen meine Teilnahme an der Teheraner Internationalen Konferenz über den ‚Holocaust’ betreffen. Ich darf daran erinnern, daß bei dieser Konferenz, die am 11. und 12. Dezember 2006 stattfand, alle Teilnehmer ohne Ausnahme ihre Argumente frei vortragen konnten, und zwar sowohl die Gläubigen wie auch die Bestreiter der neuen Religion. Am 13. Dezember 2006 hat Jacques Chirac, damaliger Präsident der französischen Republik, meine Teilnahme an dieser Konferenz angeprangert und angekündigt, daß er die Einleitung einer gerichtlichen Untersuchung gegen mich fordern werde. Genau diese Untersuchung endete jetzt, fünf und ein halbes Jahr später, in einer dreifachen Anklageerhebung gegen mich. Man muß verstehen, daß tugendhafte Organisationen in der Zwischenzeit ihre eigenen Klageschriften an die Initiative des Erzlügners angehängt haben, der sich  so – in ganz natürlicher Weise – zur Rettung einer gefährdeten Erzlüge aufgeschwungen hat. [Erzlügner, auf Französisch „Supermenteur“, war für lange Zeit der Spottname Jacques Chiracs in einem sehr populären französischen Fernsehprogramm, das sich mit aktuellen Affären befaßte – Anmerkung des Übersetzers]

Weiterhin erhielt ich heute am 28. Juli eine polizeiliche Vorladung für den 31. Juli. Nach telefonischer Rückfrage bei der örtlichen Polizei scheint diese Vorladung revisionistische Anmerkungen zu betreffen, die ich im Internet gemacht haben soll.

Üblicherweise komme ich den Vorladungen der Staatsanwaltschaft oder der Polizei nach, aber ich antworte niemals auf Fragen, die über solche zu meiner Identität hinausgehen. Selbst wenn der Amtsträger widerborstig wird, lasse ich ihn immer in das Verhör-Protokoll meine kurze rituelle Erklärung aufnehmen: „Ich weigere mich, mit der französischen Polizei und Justiz in der Repression des historischen Revisionismus zusammenzuarbeiten“. Zuvor warne ich ihn regelmäßig noch, daß ich das Protokoll nicht unterschreiben werde, falls er sich weigert, diesen Satz in das Protokoll aufzunehmen.

 

Der unausweichliche Sieg des Revisionismus


Rein wissenschaftlich und historisch ist der Sieg der Revisionisten bereits vollständig, allerdings muß diese Botschaft noch zur Kenntnis des großen Publikums gebracht werde, was keine leichte Sache ist.

Jedenfalls existiert notwendigerweise eine beträchtliche Verzögerung zwischen dem Zeitpunkt, an dem eine umstürzende wissenschaftliche Entdeckung gemacht wird und jenem, an dem die öffentliche Meinung sich endlich entschließt, sie als richtig zur Kenntnis zu nehmen. Einstmals konnte das Hunderte von Jahren dauern, heute jedoch, vor allem dank des Internets, mögen zwei bis drei Generationen genügen (66 bis 99 Jahre nach 1945!). Eines Tages werden die Forscher aller Richtungen zusammenarbeiten, um im Internet eine unendliche Encyclopaedia Universalis der Holocaustlügen zu veröffentlichen, eine immense Anthologie von Shoah-Verdummungen, ein umfangreiches Schwindel- und Fälschungs-Inventar bei den „wahren Geschichtsfälschern“. Beigefügte Quellen und Referenzen werden es ermöglichen, Namen und Werke jener aufzudecken, die sich durch ihre Lügen, Verleumdungen und Falschaussagen sowie Ihre Aufrufe zur Unterdrückung der Revisionisten selbst entehrten. Zukünftige Generationen werden die Beweise dafür in Augenschein nehmen, wie eine besondere Art von universeller Religion, die im wesentlichen auf Hass, Betrug und Gewinnsucht gründet, entsteht, lebt und stirbt. Weder Komplott noch Verschwörung waren erforderlich, um diese holocaustischen Niederträchtigkeiten zu erzeugen; es genügten auf der einen Seite die Arroganz eines Siegers mit unbegrenzter Macht, seine Unverfrorenheit, sein Zynismus, seine Rachsucht und auf der anderen Seite die Ausbeutung von Dummheit, Lüge und Leichtgläubigkeit.

Was die bisher erkämpften Siege des Revisionismus angeht, die bisher noch meistens dem großen Publikum vorenthalten werden, so konsultiere man im Blog http://robertfaurisson.blogspot.com meine Texte vom 11. Dezember 2006 (http://robertfaurisson.blogspot.de/2006/12/die-siege-des-revisionismus.html) und vom 11. September 2011 (http://robertfaurisson.blogspot.de/2011/09/die-siege-des-revisionismus-fortsetzung.html). In letzterem Text mit dem Titel “Die Siege des Revisionismus, Fortsetzung“ weise ich besonders auf den Abschnitt mit der Überschrift „Der Gnadenstoß vom 27. Dezember 2009 für den Mythos der Nazi-Gaskammern“. Hier ist die Rede von Robert Jan van Pelt, den ich manchmal als „den letzten der Mohikaner in exterminatorischer Sache“ bezeichne. Van Pelt ist ein des Kampfes müde gewordener jüdischer Forscher, der schließlich zugeben musste, dass in Auschwitz, der „Holocaust“-Hauptstadt, keinerlei BEWEIS einer Judenvernichtung existiert, sondern nur „Zeugenaussagen“ (sic). Er empfiehlt, über das Gesamtareal von Auschwitz und Birkenau der Natur ihr Recht zu überlassen. Anders gesagt, und wenn man ihn richtig versteht: die vielen Millionen von Touristen und Pilgern, die sich bisher dorthin begeben haben, wurden und werden heute noch durch eine Unmenge von falschem Anschein getäuscht. In meinen Augen halten die Ausbeuter des Auschwitz-Mythos nicht nur die Lebenden zum Narren; sie mokieren sich auch über die Toten, deren reelle Leiden zurückgesetzt werden gegenüber Wahngebilden kranker Gehirne, die durch Gauner ausgebeutet werden.

Ich bestätige es hier und heute: seit dem 27. September 2009 hat sich niemand mehr gefunden, der einen wissenschaftlichen Beweis vorgelegt hätte zur Unterstützung dieser Angelegenheit, die zugleich auf dem äußerst reellen Schmerz der Opfer und auf zu vielen „[nicht] begründeten Tatsachen“ beruht und demzufolge „für die Mülleimer der Geschichte bestimmt“ ist. Dies Eingeständnis ist von Jean-Claude Pressac. Noch unter dem Schock der Niederlage, die er während meines Prozesses vom 9. Mai 1995 hinnehmen musste, wo wir, Anwalt Eric Delcroix und ich selbst, sein Erscheinen gefordert hatten, hat Pressac einen Monat später genau dies Geständnis verfasst, und zwar am 15. Juni 1995, am Schluss eines Textes von beinahe 40 Seiten. Diese Kapitulation eines ehemaligen Mitarbeiters des Ehepaares Klarsfeld wurde zunächst fünf Jahre lang unter Verschluss gehalten. Danach wurde uns der Text in typografisch kleiner Form schließlich durch Valérie Igounet zugänglich gemacht am allerletzten Ende ihrer Arbeit: Histoire du négationnisme en France [Geschichte des Negationismus in Frankreich], Seuil, 2000, p. 613-652.

Sic transit gloria turpis mendacii! [So vergeht der Ruhm der schändlichen Lüge!]

Der Auschwitz-Schwindel hat seine Zeit gehabt. Die Repression der Betrüger ist das Zeichen dafür, dass diese keine Argumente mehr haben. Man forderte von ihnen „einen Beweis, einen einzigen Beweis“ für ihre fürchterliche Anklage, nach der Deutschland während mehr als vier Jahren an dem jüdischen Volk ein in der Menschheitsgeschichte einmaliges Verbrechen begangen habe, und dass während all dieser Jahre die übrige Welt indifferent gegenüber diesem Horror ohne Namen geblieben wäre, abgesehen von einer Handvoll „Gerechter“. Zunächst lieferten die Betrüger ein Übermaß an „Beweisen“, die sich alle als trügerisch herausstellten und zwar solchermaßen, dass sie in einem zweiten Zeitraum, ab 1979, zum Schlusse kamen, dass es gar nicht nötig wäre, das Offenkundige zu beweisen!* Es blieb also nur noch, die Widerspenstigen zu schlagen, und sie haben zugeschlagen. Sie haben es sowohl durch die Herstellung von Machwerken getan, in denen die Schätzung mit der Mutmaßung wetteifert, als auch durch das Kino und durch den Roman, als auch durch die Gehirnwäsche als auch durch die physische Gewalt und die ungerechte Gewalt der Gesetze. Vergeblich. Der Revisionismus wird siegen.


 28. Juli 2012

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La politique hitlérienne d'extermination : une déclaration des historiens français“ [Die Vernichtungspolitik Hitlers: eine Erklärung von französischen Historikern], Le Monde, 21 Februar 1979, S. 23.

En dépit de la répression le révisionnisme vaincra


Ce 25 juillet, à Paris, un juge d’instruction m’a notifié trois mises en examen qui concernent essentiellement ma participation à la conférence internationale de Téhéran sur « l’Holocauste ». Je rappelle qu’à cette conférence, qui s’est tenue les 11 et 12 décembre 2006, tous les participants sans exception, aussi bien les croyants que les contestataires de la nouvelle religion, ont pu librement faire entendre leurs arguments. Le 13 décembre 2006, Jacques Chirac, à l’époque président de la République française, avait dénoncé ma participation à ladite conférence et annoncé qu’il demandait à mon encontre l’ouverture d’une enquête judiciaire. C’est précisément cette enquête qui vient ainsi d’aboutir, cinq ans et demi plus tard, à ma triple mise en examen. Il faut comprendre que de pieuses associations ont entre-temps joint leurs propres plaintes à l’initiative de Supermenteur, lequel, tout à fait normalement, s’était ainsi porté au secours d’un Supermensonge en péril. 

Par ailleurs, aujourd’hui même, 28 juillet, je reçois une convocation de la police judiciaire pour le 31 juillet. Renseignement pris, il s’agit d’un propos révisionniste que j’aurais tout récemment tenu sur Internet.

J’ai pour habitude de me rendre aux convocations d’un juge d’instruction ou d’un officier de police judiciaire mais jamais je ne réponds aux questions en dehors de celles qui portent sur mon identité. Même si le fonctionnaire renâcle, je lui fais toujours consigner dans le procès-verbal de l’interrogatoire ma brève déclaration rituelle : « Je refuse de collaborer avec la police et la justice françaises dans la répression du révisionnisme historique ». Auparavant je préviens l’intéressé qu’au cas où il refuserait d’inscrire cette phrase, je ne signerais pas le procès-verbal.

L’inéluctable victoire du révisionnisme

Sur le plan strictement scientifique et historique, la victoire des révisionnistes est déjà totale mais encore faut-il porter la nouvelle à la connaissance du grand public, ce qui n’est pas une mince affaire.

De toute façon, il existe nécessairement un considérable temps de retard entre le moment où se produit une découverte scientifique qui est renversante et le moment où, enfin, l’opinion publique se décide à accepter cette découverte. Autrefois ce pouvait être l’affaire de plusieurs siècles mais aujourd’hui, surtout grâce à Internet, deux ou trois générations pourraient suffire (de 66 à 99 ans après 1945 !). Un jour, des chercheurs venus de tous les horizons joindront leurs efforts en vue de publier sur Internet une interminable Encyclopaedia Universalis des mensonges de l’Holocauste, un immense Bêtisier de la Shoah, une vaste recension du faux et de la falsification chez « les vrais faussaires de l’Histoire ». Sources ou références à l’appui, on y découvrira les noms et les œuvres de ceux qui se sont déshonorés aussi bien par leurs mensonges, leurs calomnies, leurs faux témoignages que par leurs appels à la répression contre les révisionnistes. Les générations futures y verront sur pièces comment naît, vit et meurt un certain type de religion universelle essentiellement fondée sur la haine, la fraude et le lucre. Nul complot, nulle conjuration n’ont été nécessaires pour produire ces abjections holocaustiques ; ont suffi, d’une part, l’orgueil du vainqueur doté d’un pouvoir illimité, son aplomb, son cynisme, son goût de la vengeance, et, d’autre part, l’exploitation de la Bêtise, du Mensonge et de la Crédulité.

Sur les victoires jusqu’ici remportées par le révisionnisme et le plus souvent cachées au grand public, voyez dans le blog http://robertfaurisson.blogspot.com mes textes du 11 décembre 2006 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/les-victoires-du-revisionnisme.html) et du 11 septembre 2011 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2011/09/les-victoires-du-revisionnisme-suite.html). Dans ce dernier texte, intitulé « Les Victoires du révisionnisme (suite) », j’appelle l’attention du lecteur sur la section titrée « Le coup de grâce porté, le 27 décembre 2009, au mythe des ‘chambres à gaz’ nazies ». Il y est question de Robert Jan van Pelt, que je nomme parfois « le dernier des Mohicans de la cause exterminationniste ». Voilà un chercheur juif qui, de guerre lasse, a fini par reconnaître qu’il n’existe à Auschwitz, capitale de « l’Holocauste », aucune PREUVE d’une extermination des juifs mais seulement des « témoignages » (sic). Il préconise que sur le sitetout entier d’Auschwitz et de Birkenau on laisse la nature reprendre ses droits. Autrement dit, si l’on comprend bien, les dizaines de millions de touristes ou de pèlerins qui se sont rendus sur les lieux ont été et continuent d’être abusés par une abondance de fausses preuves. Pour moi, les exploiteurs du mythe d’Auschwitz ne se moquent pas seulement des vivants ; ils se moquent aussi des morts dont les souffrances réelles sont ainsi reléguées au second plan pour laisser place à des récits fantasmagoriques nés de cerveaux malades et exploités par des filous.

Je le confirme ici : depuis le 27 décembre 2009, il ne s’est trouvé personne pour apporter une preuve scientifique à l’appui de cette cause qui s’est construite à la fois sur la trop réelle douleur des victimes et sur trop de « faits [non] établis » et, par conséquent, « destinés aux poubelles de l’histoire ». L’aveu est de Jean-Claude Pressac. Encore sous le coup de la déroute qu’il avait eu à subir lors de mon procès du 9 mai 1995, où nous avions, Me Eric Delcroix et moi-même, exigé sa comparution, l’homme a signé cet aveu un mois plus tard, exactement le 15 juin 1995, au terme d’un texte de près de quarante pages. Cette capitulation d’un ancien collaborateur du couple Klarsfeld a d’abord été tenue sous scellés pendant cinq ans. Puis, le texte nous en a été enfin révélé par Valérie Igounet en un petit caractère typographique et vers l’extrême fin de son ouvrage, Histoire du négationnisme en France, Seuil, 2000, p. 613-652.

Sic transit gloria turpis mendacii ! [Ainsi passe la gloire du honteux mensonge !].

L’imposture d’Auschwitz a fait son temps. Quant à la répression exercée par les imposteurs, elle est le signe que ces derniers sont à bout d’arguments. On leur demandait « une preuve, une seule preuve » à l’appui de leur terrible accusation : selon eux, pendant plus de quatre ans l’Allemagne aurait perpétré contre le peuple juif un crime sans précédent dans l’histoire de l’humanité et, durant toutes ces années, le reste du monde, à l’exception d’une poignée de « Justes », serait resté indifférent à cette horreur sans nom. En un premier temps, les imposteurs ont fourni une abondance de « preuves » qui, toutes, se sont révélées fallacieuses et cela à telle enseigne qu’en un second temps, dès 1979, il leur a fallu conclure qu’au fond il n’y avait pas lieu de prouver l’évidence ! * Il ne restait plus qu’à frapper les récalcitrants et ils ont frappé. Ils l’ont fait aussi bien par la production d’ouvrages où la supputation le dispute à la spéculation, aussi bien par le cinéma que par le roman, aussi bien par le matraquage des esprits que par la violence physique et la force injuste de la loi. En pure perte. Le révisionnisme vaincra.

28 juillet 2012
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In spite of the repression, revisionism will win

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This past July 25, in Paris, a judge notified me of three criminal proceedings brought against me, essentially for having taken part in the international conference in Tehran on “the Holocaust”. I shall remind the reader that at that conference, held on December 11th and 12th 2006, all participants without exception, whether believers or disputers of the new religion, were able to have their arguments heard freely. On December 13, 2006, Jacques Chirac, then president of the French Republic, had decried my participation in the conference and announced his request that a judicial investigation be opened against me. It is precisely that investigation that has resulted now, five and a half years on, in my triple prosecution. One must also note that certain pious organisations have since joined their own legal complaints to the initiative of “Superliar” who, as was quite normal, had hurried to the rescue of a Superlie in distress [“Superliar” was for a long time the nickname given to Jacques Chirac in a highly popular comical programme on French television devoted to current affairs – translator's note].
Moreover, today, July 28, I have received a police summons for questioning on July 31. Having inquired of local officers by telephone, I know that it concerns revisionist remarks that I seem to have made recently on the Internet.
I usually accede to the summonses of investigating magistrates or police officers but I never answer their questions, apart from those about my identity. Even if the person in charge balks and grumbles, I always have him record in the minutes my brief ritual statement: “I refuse to collaborate with the French police and justice system in the repression of historical revisionism”. I warn him beforehand that should he refuse to write down that sentence I will not sign the minutes.
The inexorable victory of revisionism
On the strictly scientific and historical level the revisionists’ victory is already total but the news must still be brought to the knowledge of the general public, which is no small matter.
In any case, there is necessarily a considerable time lag between the moment when a staggering scientific find occurs and the moment when public opinion finally decides to accept that find. In former times it could take centuries but nowadays, especially thanks to the Internet, two or three generations may suffice (from 66 to 99 years after 1945!). Some day researchers from all backgrounds will work together to publish on the Internet an interminable Encyclopaedia of Lies of the Holocaust, a huge Collection of Holocaust Howlers, a vast inventory of fakes and falsification by the “true falsifiers of history”. With sources or references to hand, readers will discover the names and works of those who have dishonoured themselves either by lies, slanders and false testimony or by calls for repression against revisionists. Future generations will see, in the actual evidence, how a certain type of universal religion largely founded on hatred, fraud and lucre is born, lives and dies. No plot or conspiracy has been needed to turn out these holocaustic abjections; the self-assurance of a victor with unlimited power, his insolence, cynicism and taste for vengeance, on the one hand, and the exploitation of Stupidity, Lies and Credulity, on the other hand, have been enough.
On the victories won thus far by revisionism and most often hidden from the general public see, on the blog http://robertfaurisson.blogspot.com, my writings of December 11, 2006 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2006/12/victories-of-revisionism.html) and September 11, 2011 (http://robertfaurisson.blogspot.it/2011/09/victories-of-revisionism-continued.html). Here I shall call the reader’s attention to the part of the latter article (“The Victories of Revisionism – continued”) under the heading The coup de grâce given, on December 27, 2009, to the myth of the Nazi “gas chambers”. It deals with Robert Jan van Pelt, whom I sometimes call “the last of the Mohicans of the exterminationist cause”. Van Pelt is a Jewish researcher who, giving up the fight, has come to acknowledge that there exists at Auschwitz, capital of “the Holocaust”, no EVIDENCE of an extermination of the Jews but only “testimonies” (sic). He recommendsthat the entire site of Auschwitz and Birkenau be surrendered to nature. In other words, if I understand correctly, the tens of millions of tourists or pilgrims who have visited the place have been and continue to be fooled with an abundance of false evidence. For me, the exploiters of the Auschwitz myth are not just making fools of the living but are also mocking the dead, whose real sufferings are thus relegated to make way for phantasmagorical tales born of sick brains and turned to profit by swindlers.
I confirm it here: today – since December 27, 2009, in fact – there is no one to be found putting forth any scientific evidence to support this cause built both on the too real pain of victims and on too many “facts [not] established” and, consequently, “bound for the rubbish bins of history”. The admission is Jean-Claude Pressac’s. Still reeling from the defeat that he had had to endure during my trial of May 9, 1995, where barrister Eric Delcroix and I had demanded his appearance, the man signed that admission a month later, on June 15, 1995, at the end of a text of nearly forty pages. This capitulation by a former employee of the Klarsfeld couple was first kept under lock and key for five years. Then the piece was finally revealed by Valerie Igounet in small print towards the very end of her book, Histoire du négationnisme en France, Seuil, Paris, 2000, p. 613-652.
Sic transit gloria turpis mendacii! [How quickly doth the glory of the foul lie pass away!].
The Auschwitz swindle has had its day. As for the repression exerted by the swindlers, it is a sign that they have run out of arguments. They were asked for “one proof, one single proof” to back up their terrible accusation: according to them, for over four years Germany had perpetrated against the Jewish people a crime without precedent in the history of mankind and, for all that time, the whole world, except for a handful of “Righteous” ones, had remained indifferent to the unspeakable horror. At first, the swindlers provided an abundance of “evidence”, all of which proved to be fallacious, so much so that later, from 1979, they had to conclude that there was, after all, no need to prove the obvious! * It only remained for them to strike blows at the noncompliant and strike they did. They have struck in producing works where guessing vies with speculation, in the cinema as well as in novels, both with brainwashing and with physical violence, along with the unjust power of the law. All a waste of effort. Revisionism will win.
 July 28, 2012

Friday, July 20, 2012

Lucette festeggia oggi i suoi cent'anni *


Oggi, 20 luglio 2012, la vedova di Louis-Ferdinand Cèline festeggia i suoi cent'anni nella loro antica dimora, al n° 25 della Route des Gardes, a Meudon in periferia parigina. Essa è nata Lucie Georgette Almansor, chiamata Lucette Almanzor (con una “z”), nella 20ma circoscrizione di Parigi. È precisamente in questa casa che Céline, gravato di lavoro e di sofferenza, è morto il 1° luglio 1961. Di sua moglie aveva detto che essa era “Ofelia nella vita, Giovanna d'Arco nella prova”. Con il passare del tempo, il comportamento dei persecutori della coppia suscita vergogna. Ancora oggi, perfino tra i celiniani, ci sono non solo dei giustizieri che continuano ad istruire a carico il processo di Céline ma anche dei vili che tacciono davanti alla stupidità, all'odio e alla censura degli epuratori.
Per quanto riguarda il suo incontro nel 1936 con Louis-Ferdinand, Lucette aveva confidato: “Devo dire che egli mi incuteva molto timore. Durante un anno e mezzo ci siamo rivisti ogni tanto senza che da parte mia pensassi ad alcunché di serio. Ma poi un giorno... Credo che sia stata la sua bontà, che era immensa, quello che mi ha colpito di più”. Essa ha fatto questa confidenza durante un'intervista accordata a Jean-Claude Zylberstein: l'articolo è comparso in Combat il 21 febbraio 1969 ed è stato ripubblicato da David Alliot in “Les Cent ans de Lucette Destouches”, Spécial Céline, Numero 5, (maggio/giugno/luglio 2012), p. 7-10; p. 8).
Un argomento  di riflessione si impone alla mente: l'ostilità di Céline dinanzi al popolo eletto sarebbe dovuta in parte alla “sua bontà che era immensa”?
Invito il lettore del 2012 a riflettere prima di prorompere in esclamazioni.
Per cominciare, egli vorrà ben  pensare alla possibile bontà dei grandi scrittori satirici e, in generale, all'orrore e alla paura che gli ispirano i ricchi, i potenti e i violenti che, proprio loro, sono sempre i primi a mandarvi in guerra, alla crociata, insomma al “casse-pipe”, al “massacro”.
Poi si mediterà sulla bontà possibile di Shakespeare o di Molière e sul candore ingenuo di Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste figura che, ridicolo e talvolta grottesco, non aveva manifestamente i mezzi per far trionfare la causa per cui si batteva: un ideale di pace e di giustizia impregnata  d'amore.
Infine, si ricorderà di Paul Morand, per quanto riguarda Céline, l'espressione riportata nell'articolo su menzionato: “La sua vita fu un donarsi continuo, più totale di tutte le vite dei curati di campagna” (ibid., p. 9).
Nelle sue quattro satire che, da parte mia, non definisco “pamphlet” (Mea Culpa nel 1936, Bagatelles pour un massacre [des Aryens] nel 1937, L'Ecole des cadavres [aryens] nel 1938 e Les Beaux Draps nel 1941) egli ha dato prova che era di cuore, nel pieno significato della parola: il buon cuore e il coraggio del chevalier o del cavaliere des Touches (sulle ragioni della mia preferenza per la parola “satire” si vorrà rifarsi a http://robertfaurisson.blogspot.fr/2000_12_01_archive.html ).


Sempre nel 1969 e sempre nel suo colloquio con J.-C. Zylberstein, Lucette precisava: “Per Céline, battersi contro gli ebrei [nel 1937] significava battersi contro i fautori di una guerra di cui egli presentiva che sarebbe stata orribile […] per Céline gli ebrei erano i “ Grossi “. In effetti, Céline si è mostrato d'una straordinaria chiaroveggenza nell'annunciare e nel denunciare la minaccia di una nuova carneficina mondiale. A partire dal 1933 gli appelli delle organizzazioni ebraiche alla crociata generale contro la Germania nazional-socialista avevano assunto un'inclinazione ossessiva che doveva sfociare nel novembre 1938 a Parigi nell'assassinio del diplomatico tedesco Ernst von Rahm per mano di Herschel Grynspan. A sua volta questo assassinio doveva, come rappresaglia, innescare in alcune città tedesche gli orrori de “La Notte di Cristallo” che, a loro volta, dovevano alimentare il fuoco del bellicismo ebraico. Proseguendo il suo dire, Lucette dichiarava: “Adesso, dopo l'orribile cosa che si è prodotta durante la guerra, in tutti quei campi di concentramento, non si può più giudicare retrospettivamente. Così Louis ed io ci siamo sempre opposti alla ristampa dei suoi tre pamphlet [Bagatelles pour un massacre, L'Ecole des cadavres, Les Beaux Draps]”. Sta di fatto che Céline non voleva queste riedizioni e lo si comprende: egli soffriva già abbastanza senza che ci fosse bisogno di provocare una nuova collera ebraica e correre il rischio di un assassinio il cui autore avrebbe potuto essere poi assolto tra gli applausi degli ebrei come lo era stato a Parigi, il 26 ottobre 1927, Samuel ovvero Scholem Schwartzbard, l'assassino dell'atamano Petliura falsamente accusato di pogrom in Ucraina. Quanto all'“orribile cosa” e a “tutti quei campi di concentramento”, Céline non sembra che sia stato vittima delle messe in scena fotografiche e cinematografiche in cui i vincitori avevano messo l'“orribile” effetto dei loro propri crimini sul conto dei vinti. Nelle sue città ridotte in cenere come nei lager devastati dalle epidemie, la Germania vinta offriva alla vista di tutti l'abominevole risultato d'una politica di blocco e di guerra aerea totale condotta da Roosevelt e Churchill contro le popolazioni civili mentre nella Germania orientale l'Armata rossa seminava il terrore con gli stupri e le carneficine. Céline non cadeva nella trappola della nostra epoca e, in particolare, non credeva a quella delle pretese camere a gas naziste.
  “Godan” o “Godant”: era affezionato a questa parola che si trova, ad esempio, nelle Mémoires del duca di Saint-Simon e che significa “frottola”, “imbroglio”, “inganno”. Da parte sua, egli avrebbe potuto usarla a proposito del peggior inganno dei tempi moderni, quello della “magica camera a gas”: “Era tutto la camera a gas! Questa  permetteva TUTTO!”, scriveva già in una lettera indirizzata ad Albert Paraz il 28 novembre 1950 dopo di aver letto Le Mensonge d'Ulysse del revisionista Paul Rassinier. (Tuttavia divenuta così nota e così importante, questa lettera non è stata pubblicata da Henri Godard e Jean-Paul Louis, celiniani convinti, nella loro voluminosa Choix de lettres de Céline et de quelques correspondants (1907-1961), Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Parigi, 2009, XLV-2035 p.). Vedete la mia premessa alla Préface au Mensonge d'Ulysse de Paul Rassinier, opuscolo edito da Akribeia nel 1999: la prefazione in questione è firmata da Albert Paraz e data dal 1950; http://robertfaurisson.blogspot.it/1998/12/sur-la-preface-dalbert-paraz-au.html).
Céline non ha mai rinnegato i suoi scritti. Egli considerava che, visti gli avvertimenti che aveva indirizzato ai suoi compatrioti contro il bellicismo ebraico e contro l'imminenza di una nuova guerra mondiale e visto ciò che gli era personalmente costato il suo donchisciottismo, non aveva alcuna scusa da presentare. Al contrario, era dagli altri che attendeva delle scuse. Queste scuse, lui non è più qua per riceverle, ma, nel fondo del suo cuore, nessun dubbio che all'età di cento anni, la sua sposa, “Ofelia nella vita, Giovanna d'Arco nella prova”, le attende ancora, fosse anche senza illusioni, a Meudon, al n° 25 della  Route des Gardes.

20 luglio 2012

*Questo testo sviluppa il contenuto d'un semplice messaggio elettronico indirizzato, alla stessa data e sotto il medesimo titolo, unicamente ai miei corrispondenti francesi.

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Lucette fête aujourd’hui ses cent ans *


Aujourd’hui, 20 juillet 2012, la veuve de Louis-Ferdinand Céline fête ses cent ans dans leur ancienne demeure, au 25ter de la Route des Gardes, à Meudon. Elle est née Lucie Georgette Almansor, dite Lucette Almanzor (avec un « z »), dans le 20ème arrondissement de Paris. C’est précisément dans cette demeure que Céline, recru de travail et de souffrances, est mort le 1er juillet 1961. De son épouse il avait dit qu’elle était « Ophélie dans la vie, Jeanne d’Arc dans l’épreuve ». Avec le recul du temps, le comportement des persécuteurs du couple fait honte. Aujourd’hui encore, même parmi les céliniens, il se trouve à la fois des justiciers pour continuer d’instruire à charge le procès de Céline et des lâches pour se taire devant la bêtise, la haine et la censure des épurateurs.

En ce qui regarde sa rencontre en 1936 avec Louis-Ferdinand Lucette avait confié : « Je dois dire qu’il m’intimidait beaucoup. Pendant un an et demi nous nous sommes revus de temps en temps sans que pour ma part je songe à quoi que ce soit de sérieux. Et puis un jour... Je crois que c’est par sa bonté, qui était immense, qu’il m’a le plus touchée ». Elle a fait cette confidence lors d’un entretien accordé à Jean-Claude Zylberstein ; l’article est paru dans Combat le 21 février 1969 et il a été reproduit par David Alliot dans « Les Cent ans de Lucette Destouches », Spécial Céline, Numéro 5 (mai/juin/juillet 2012), p. 7-10 ; p. 8).

Un sujet de réflexion vient à l’esprit : l’hostilité de Céline vis-à-vis du peuple élu serait-elle due en partie à « sa bonté qui était immense » ?

J’invite le lecteur de 2012 à réfléchir avant de se récrier.

Pour commencer, il voudra bien songer à la possible bonté des grands satiristes en général, à l’horreur ou à la peur que leur inspirent les riches, les puissants et les violents qui, eux, sont toujours les premiers à vous envoyer à la guerre, à la croisade, en somme au « casse-pipe », au « massacre ».

On méditera ensuite sur la bonté possible de Shakespeare ou de Molière et sur la candeur de Don Quichotte, le chevalier à la triste figure qui, dérisoire et parfois grotesque, n’avait manifestement pas les moyens de faire triompher la cause pour laquelle il se battait : un idéal de paix et de justice imprégnée d’amour.

Enfin, de Paul Morand au sujet de Céline on se rappellera le mot rapporté dans l’article susmentionné : « Sa vie fut un don continuel, plus total que toutes les vies de curés de campagne » (ibid., p. 9).

Dans ses quatre satires que, pour ma part, je n’appelle pas des « pamphlets » (Mea Culpa en 1936, Bagatelles pour un massacre [des Aryens] en 1937, L’Ecole des cadavres [aryens] en 1938 et Les Beaux Draps en 1941) il a prouvé qu’il avait du cœur, au plein sens du mot : le bon cœur et le courage du chevalier ou du cavalier des Touches (sur les raisons de ma préférence pour le mot de « satires », on voudra bien se reporter à http://robertfaurisson.blogspot.fr/2000_12_01_archive.html).

Toujours en 1969 et toujours dans son entretien avec J.-C. Zylberstein, Lucette précisait : « Pour Céline, s’attaquer aux juifs [en 1937], c’était s’attaquer aux fauteurs d’une guerre dont il pressentait qu’elle serait horrible […] pour Céline les juifs c’étaient les ‘Gros’ ». De fait, Céline s’est montré d’une remarquable clairvoyance en annonçant et en  dénonçant la menace d’une nouvelle boucherie mondiale. A partir de 1933, les appels des organisations juives à la croisade générale contre l’Allemagne nationale-socialiste avaient pris un tour obsessionnel qui devait aboutir en novembre 1938 à l’assassinat à Paris du diplomate Ernst vom Rath par Herschel Grynspan. A son tour cet assassinat allait, en représailles, déclencher dans certaines villes allemandes les horreurs de « la Nuit de Cristal » qui, elles-mêmes, allaient ajouter aux feux du bellicisme juif. Poursuivant son propos, Lucette déclarait : « Maintenant, après l’horrible chose qui s’est produite pendant la guerre, dans tous ces camps de concentration, on ne peut plus juger rétrospectivement. Aussi bien Louis et moi nous sommes-nous toujours opposés à ce qu’on réédite ses trois pamphlets [Bagatelles, L’Ecole, Les Beaux Draps] ». Il est de fait que Céline ne voulait pas de ces rééditions et on le comprend : il souffrait déjà suffisamment sans aller provoquer une nouvelle colère juive et courir le risque d’un assassinat dont l’auteur pourrait être ensuite acquitté aux applaudissements des juifs comme l’avait été à Paris, le 26 octobre 1927, Samuel ou Scholem Schwartzbard, l’assassin de l’ataman Petlioura faussement accusé de pogroms en Ukraine. Quant à « l’horrible chose » et à « tous ces camps de concentration », Céline ne semble pas avoir été dupe des mises en scène photographiques et cinématographiques où les vainqueurs avaient mis « l’horrible » effet de leurs propres crimes sur le compte des vaincus. Dans ses villes réduites en cendres comme dans ses camps ravagés par les épidémies, l’Allemagne vaincue offrait à la vue de tous l’abominable résultat d’une politique de blocus et de guerre aérienne totale conduite par Roosevelt et Churchill contre les populations civiles cependant qu’en Allemagne orientale l’Armée rouge semait la terreur par le viol et le carnage. Céline ne donnait pas dans les godants de notre époque et, en particulier, il ne croyait pas à celui des prétendues chambres à gaz nazies.

« Godan » ou « Godant » : il affectionnait ce mot qu’on trouve, par exemple, dans les Mémoires du duc de Saint-Simon et qui signifie « conte », « tromperie », « attrapoire ». Pour sa part, il aurait pu l’employer au sujet du pire godant des temps modernes, celui de la « magique chambre à gaz » : « C’était tout la chambre à gaz ! Ça permettait TOUT ! », écrivait-il déjà dans une lettre adressée à Albert Paraz le 28 novembre 1950 après avoir lu Le Mensonge d’Ulysse du révisionniste Paul Rassinier. (Devenue pourtant si connue et si importante, cette lettre n’a pas été reproduite par Henri Godard et Jean-Paul Louis, céliniens patentés, dans leur volumineux Choix de lettres de Céline et de quelques correspondants (1907-1961), Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 2009, XLIV-2035 p.). Voyez mon avant-propos à la Préface au Mensonge d’Ulysse de Paul Rassinier, opuscule édité par Akribeia en 1999 : la préface en question est signée d’Albert Paraz et date de 1950 ;  http://robertfaurisson.blogspot.it/1998/12/sur-la-preface-dalbert-paraz-au.html.
Céline n’a jamais renié ses écrits. Il tenait que, vu les mises en garde qu’il avait adressées à ses compatriotes contre le bellicisme juif et contre l’imminence d’une nouvelle guerre mondiale et vu ce que lui avait personnellement coûté son donquichottisme, il n’avait aucune excuse à présenter. Au contraire, c’était des autres qu’il attendait des excuses. Ces excuses, il n’est plus là pour les recevoir mais, dans le fond de son cœur, nul doute qu’à l’âge de cent ans, son épouse, « Ophélie dans la vie, Jeanne d’Arc dans l’épreuve », les attend encore, fût-ce sans illusions, à Meudon, au 25ter de la Route des Gardes. 

* Ce texte développe le contenu d’un simple message électronique adressé, à la même date et sous le même titre, à mes seuls correspondants.
20 juillet 2012

Monday, July 16, 2012

Heinrich Himmler et les juifs


Les historiens le savent mais on tend à le cacher au grand public : pendant la seconde guerre mondiale, les pourparlers entre, d’une part, les Alliés ou les organisations juives et, d’autre part, les autorités du IIIe Reich n’ont pas manqué. Et cela jusqu’à la fin de la guerre en Europe. On en a un exemple avec un document reproduit en 1979 (première édition en 1977) par l’historien Werner Maser et dont, le 26 juin 2008, j’avais présenté la traduction sous le titre de « Heinrich Himmler rend compte de son entretien du 15 janvier 1945 avec Jean Marie Musy (ancien président de la Confédération helvétique) au sujet des juifs » (http://robertfaurisson.blogspot.fr/2008/06/heinrich-himmler-rend-compte-de-son.html).

A l’époque j’avais insisté sur le point le plus important de cette « mise par écrit » (Niederschrift) de Himmler : une fois de plus le Reichsführer y rappelait qu’il se réjouirait de voir les Etats-Unis accepter de recevoir la totalité des juifs d’Europe mais à la condition expresse que ces juifs ne puissent se rendre en Palestine pour y « martyriser » encore plus les Arabes. J’ajoutais, document à l’appui, que Joachim von Ribbentrop, ministre des Affaires étrangères, défendait sur le sujet des juifs la même politique que Himmler, une politique qui était celle du IIIe Reich tout entier. Dans ce dernier document on voyait que le Gouvernement du Reich avait répondu aux Britanniques : « Le Gouvernement du Reich ne peut se prêter à une manœuvre tendant à permettre aux juifs de chasser le noble et vaillant peuple arabe de sa mère patrie, la Palestine. Ces pourparlers ne pourront se poursuivre qu’à condition que le Gouvernement britannique se déclare prêt à héberger les juifs en Grande-Bretagne [et dans l’Empire britannique], et non en Palestine, et qu’il leur garantisse qu’ils pourront s’y établir définitivement ».

Il est un autre point de l’écrit de Himmler qui mérite également attention. Dans le premier paragraphe on lit que le Reichsführer avait, une nouvelle fois, précisé à Jean Marie Musy sa position quant aux juifs affectés au travail : « Nous affectons les juifs au travail et, bien entendu, y compris à des travaux durs (in schweren Arbeiten) tels que la construction de routes, de canaux, les entreprises minières et ils ont là une forte mortalité. Depuis que sont en cours les discussions sur l’amélioration du sort des juifs, ils sont employés à des travaux normaux (in normalen Arbeiten), mais il va de soi qu’ils doivent, comme tout Allemand, travailler dans l’armement ».

De ce passage il ressort qu’il y avait pendant la guerre des « discussions » portant « sur l’amélioration du sort des juifs » et, en particulier, sur le sort des juifs affectés au travail dans les  camps ou ailleurs. Ces discussions, les Allemands pouvaient les avoir eues soit avec des organisations internationales comme le Joint Distribution Committee fondé en 1914 par de riches juifs américains pour acheminer de l’aide à leurs confrères dans une Europe en guerre, soit avec les autorités américaines ou britanniques employant, comme c’est ici le cas, un intermédiaire helvétique. Il est faux de prétendre que, pendant la guerre, les Alliés, les Neutres et les juifs de la Diaspora se sont désintéressés du sort des juifs sous contrôle allemand. Et les pourparlers ont pu, comme dans le cas considéré, aboutir à une amélioration du sort de ces juifs. Tandis que, dans les camps ou ailleurs, des non juifs continuaient d’être astreints aux « travaux durs », les juifs, eux, en étaient dispensés parce que leur mortalité était trop importante.

A Auschwitz, durant l’été et l’automne de l’année 1942, la mortalité des détenus avait pris des proportions alarmantes, notamment à cause d’épidémies de typhus. D’où la décision des autorités allemandes de multiplier les crématoires – l’inhumation se révélant impossible à cause de la nature marécageuse du sol – et, en même temps, d’entreprendre de réduire cette mortalité. Himmler faisait alors envoyer à tous les commandants de camps (y compris ceux d’Auschwitz et de Lublin-Majdanek) des instructions en vue d’user de « tous les moyens pour diminuer le nombre des morts. » Les généraux SS Oswald Pohl et Richard Glücks étaient chargés de cette mission (document américain aux différents procès de Nuremberg enregistré sous la cote NO-1523 [NO = Nazi Organizations] du 20 janvier 1943 signé de Glücks). Huit mois plus tard, le 30 septembre 1943, Pohl rendait compte à Himmler du succès de sa mission et les historiens s’accordent à reconnaître la sensible diminution du nombre des morts en 1943. Le 8 octobre de la même année, Himmler écrivit directement à Pohl pour lui exprimer ses « remerciements » et sa « gratitude ». Leur échange de messages, pourvu, selon l’usage, du tampon « Secret », figure dans le document américain PS-1469 [PS = Paris-(Colonel) Storey]. L’existence de ces documents est passée sous silence dans la bibliographie documentaire, qui pourtant fait référence, de Jacob Robinson et Henry Sachs, The Holocaust: The Nuremberg Evidence (Yad Vashem Memorial [Jérusalem] et Yivo Institute for Jewish Research [New York], Jérusalem, 1976).

Il se colporte sur « Himmler et les juifs » toute une légende selon laquelle le Reichsführer ordonnait et organisait la mort des juifs et, en général, à l’appui de cette thèse on invoque ses discours prétendument secrets de Posen et d’ailleurs. J’ai démontré l’inanité de cette accusation (Réponse à Pierre Vidal-Naquet, 2ème édition, Paris, La Vieille Taupe, 1982, p. 22-25 ; http://robertfaurisson.blogspot.it/1982/12/reponse-pierre-vidal-naquet.html) et je n’y reviendrai pas ici. Himmler tenait certes les juifs pour des ennemis réels ou potentiels du Reich mais – on en a donc ici la confirmation – il ne recherchait nullement leur mort. Au besoin, vu leur mortalité, il allait jusqu’à dispenser les ouvriers juifs des travaux les plus durs. Le 23 juin 2002, aux Etats-Unis, lors d’un congrès de l’Institute for Historical Review, j’avais consacré mon allocution à « La répression par les autorités du IIIe Reich des Allemands ayant maltraité des juifs (1939-1945) » (le texte de cette allocution n’a toujours pas été mis en français). J’y mentionnais en passant le document NI-10847 [NI = Nazi Industry] ; on y voit que des travailleurs juifs qui s’estimaient victimes de violences de toute nature, y compris la simple administration d’une gifle par un contremaître allemand, avaient le droit de porter plainte auprès de leur  « délégué juif », qui transmettait ladite plainte auprès du directeur de l’usine, lequel réclamait au contremaître une explication écrite (usine de Günthergrube, à Auschwitz-III, le 25 mai 1943).

Si j’en trouve le temps, je rédigerai un compte rendu de cette conférence où j’ai notamment traité de la condamnation à mort (suivie d’exécution) par des tribunaux ou des cours martiales du IIIe Reich de soldats, d’officiers ou de fonctionnaires allemands s’étant rendus coupables à l’égard de juifs d’assassinat ou de vol, en France, en Hongrie, en Ukraine ou ailleurs. Au procès de Nuremberg, Horst Pelckmann, avocat de la SS, a pu produire 1593 attestations sous serment déniant toute connaissance d’un programme d’assassinat des juifs et il a déclaré : « De nombreux membres se réfèrent à titre de preuve au fait qu’il y a eu de nombreuses condamnations à mort ou aux travaux forcés infligées à la suite de crimes commis contre les personnes juives ou contre des biens juifs » (TMI, XXI, p. 390).

En définitive, sous quelque angle qu’on l’examine, la thèse d’une extermination physique des juifs se révèle décidément insoutenable. Cette thèse n’était qu’une invention de la propagande de guerre et de haine, entretenue encore aujourd’hui par la religion de « l’Holocauste » et le « Shoa-Business ».
16 juillet 2012

Heinrich Himmler e gli ebrei


Gli storici lo sanno ma tendono a nasconderlo al grande pubblico: durante la seconda guerra mondiale, i negoziati, tra, da una parte, gli Alleati o le associazioni ebraiche e, dall'altra parte, le autorità del III° Reich non sono mancati. E ciò fino alla fine della guerra in Europa. Se ne ha un esempio con un documento ristampato nel 1979 (prima edizione nel 1977) dallo storico Werner Maser e di cui, il 26 giugno 2008, avevo presentato la traduzione sotto il titolo di “Heinrich Himmler rende conto del suo colloquio del 15 gennaio 1945 con Jean Marie Musy [ex presidente della Confederazione elvetica] a proposito degli ebrei” (http://robertfaurisson.blogspot.it/2008/06/heinrich-himmler-rende-conto-del-suo.html).
In quel periodo avevo insistito sul più importante punto di questo “metter a verbale” (Niederschrift) di Himmler: in esso una volta ancora il Reichsfuhrer ricordava che egli si sarebbe rallegrato di vedere gli Stati Uniti accettare di ricevere la totalità degli ebrei d'Europa ma alla condizione esplicita che questi ebrei non potessero recarsi in Palestina per “martirizzarvi” ancora di più gli Arabi. Aggiungevo, documento alla mano, che Joachim von Ribbentrop, ministro degli Affari esteri, sosteneva a proposito degli ebrei la stessa politica di Himmler, una politica che era quella di tutto quanto il III° Reich. In quest'ultimo documento si poteva leggere che il Governo del Reich aveva risposto ai Britannici: “Il Governo del Reich non può prestarsi ad una manovra che tende a permettere agli ebrei di cacciare il nobile e valente popolo arabo dalla sua madrepatria, la Palestina. Questi negoziati non potranno perseguirsi se non alla condizione che il Governo britannico si dichiari pronto ad ospitare gli ebrei in Gran Bretagna [e nell'Impero britannico], e non in Palestina, e che esso garantisca loro che potranno stabilirvisi definitivamente”.
C'è un altro punto dello scritto di Himmler che merita anche attenzione. Nel primo paragrafo si legge che il Reichsführer aveva, nuovamente, precisato a Jean Marie Musy la sua posizione riguardo gli ebrei assegnati al lavoro: “Noi assegniamo gli ebrei al lavoro e, beninteso, inclusi i lavori duri [in schweren Arbeiten] quali la costruzione di strade, di canali, gli scavi minerari e lì vi trovano una forte mortalità. Da quando sono in corso le discussioni sul miglioramento delle condizioni di vita degli ebrei, essi sono impiegati ai lavori normali [in normalen Arbeiten], ma va da sé che devono, come ogni Tedesco, lavorare negli armamenti”.
Da questo passo risulta che durante la guerra avvenivano delle “discussioni” volte “al miglioramento della sorte degli ebrei” e, in particolare, sulla sorte degli ebrei assegnati al lavoro nei campi o altrove. Queste discussioni, i Tedeschi potevano averle avute sia con le organizzazioni internazionali come il Joint Distribution Committee fondato nel 1914 da ricchi ebrei per prestare soccorso ai loro confratelli in un'Europa in guerra, sia con le autorità americane o britanniche che si servivano, come in questo caso, di un intermediario elvetico. È falso pretendere che, durante la guerra, gli Alleati, i Neutrali e gli ebrei della Diaspora si sono disinteressati della sorte degli ebrei sotto controllo tedesco. E i negoziati hanno potuto, come nel caso considerato, approdare ad un miglioramento della sorte di questi ebrei. Mentre, nei campi o altrove, dei non ebrei continuavano ad essere costretti a “lavori duri”, invece gli ebrei, loro, ne erano dispensati perché la loro mortalità era troppo importante.
Ad Auschwitz, durante l'estate e l'autunno dell'anno 1942, la mortalità dei detenuti aveva assunto delle proporzioni allarmanti, specialmente a causa di epidemie di tifo. Di qui la decisione delle autorità tedesche di moltiplicare i crematori – dato che le inumazioni si rivelavano impossibili a causa della natura acquitrinosa del suolo – e, nello stesso tempo, di iniziare a ridurre questa mortalità. Himmler faceva allora inviare a tutti i comandanti dei campi (ivi compresi quelli di Auschwitz e di Lublin-Majdanek ) delle istruzioni tese a ricorrere a “tutti i mezzi per diminuire il numero dei morti”. I generali SS Oswald Pohl e Richard Glucks erano incaricati di questa missione (documento americano nei diversi processi di Norimberga registrato sotto la sigla NO-1523 [NO=Nazi Organizations] del 20 gennaio 1943 firmato da Glucks). Otto mesi dopo, il 30 settembre 1943, Pohl relazionava a Himmler del successo della sua missione e gli storici concordano nel riconoscere la sensibile diminuzione del numero di morti nel 1943. L'8 ottobre dello stesso anno Himmler scriveva direttamente a Pohl per esprimergli i suoi “ringraziamenti” e la sua “gratitudine”. Lo scambio di questi messaggi, provvisto, secondo l'uso, del timbro “Segreto”, figura nel documento americano PS-1469 [PS = Paris-(Colonel) Storey]. L'esistenza di questi documenti è passata sotto silenzio nella bibliografia documentaria, che eppure fa riferimento, di Jacob Robinson e Henry Sachs, The Holocaust: The Nuremberg Evidence (Yad Vashem Memorial [Gerusalemme] e Yivo Institute for Jewish Research [New York], Gerusalemme, 1976).
Si divulga su “Himmler e gli ebrei” tutta una leggenda secondo la quale il Reichsfuhrer ordinava ed organizzava la morte degli ebrei e, in generale, a sostegno di questa tesi si invocano i suoi discorsi sedicentemente segreti di Posen e altrove. Ho dimostrato la vacuità di questa accusa (Réponse à Pierre Vidal-Naquet, 2° edizione, Paris, La Vieille Taupe, 1982, p. 22-25; http://robertfaurisson.blogspot.it/1982/12/reponse-pierre-vidal-naquet.html) ed io qui non ci ritornerò sopra. Himmler considerava certamente gli ebrei come nemici reali o potenziali del Reich ma – se ne ha dunque qui la conferma – egli non ricercava per nulla la loro morte. All'occorrenza, vista la loro mortalità, egli arrivava fino al punto di dispensare gli operai ebrei dai lavori più duri. Il 23 giugno 2002, negli Stati Uniti, durante un congresso dell'Institute for Historical Review, avevo dedicato il mio intervento a “La repressione dovuta alle autorità del III° Reich dei Tedeschi che avevano maltrattato degli ebrei (1939-1945)” (il testo di questo mio intervento non è stato ancora messo in francese ). Vi facevo menzione di passaggio del documento Ni-10847 [NI = Nazi Industry]; in esso si nota che i lavoratori ebrei che si ritenevano vittime di violenze d'ogni specie, inclusa la semplice somministrazione d'uno schiaffo da parte d'un caporeparto tedesco, avevano il diritto di sporgere denuncia presso il loro “delegato ebreo”, che trasmetteva la detta denuncia presso il direttore della fabbrica, il quale richiedeva al caporeparto una spiegazione scritta (fabbrica di Günthergrube, ad Auschwitz-III, il 25 maggio 1943).
Se ne avrò il tempo, redigerò una relazione di questa conferenza dove ho specificatamente trattato della condanna a morte (seguita da esecuzione) dai tribunali o dalle corti marziali del III° Reich di soldati, di ufficiali o di funzionari tedeschi che si erano resi colpevoli verso gli ebrei di assassinio o di furto, in Francia, in Ungheria, in Ucraina o altrove. Al processo di Norimberga, Horst Pelckmann, avvocato delle SS, ha potuto produrre 1593 attestazioni che sotto giuramento negavano ogni conoscenza di un programma di assassinio di ebrei ed ha dichiarato: “Numerosi membri si riferiscono a titolo di prova al fatto che ci sono state numerose condanne a morte o ai lavori forzati inflitte in seguito a crimini commessi contro persone ebree o contro beni di ebrei” (TMI, XXI, p. 390).
Alla fin fine, da qualsiasi angolatura la si esamini, la tesi di uno sterminio fisico degli ebrei si rivela decisamente insostenibile. Questa tesi non era che un'invenzione della propaganda di guerra e d'odio, ancora oggi mantenuta dalla religione dell'“Olocausto” e dallo “Shoah-Business”.     
                                                                                                     16 luglio 2012

Traduzione a cura di Germana Ruggeri