Sunday, September 17, 2000

Miti ebraici sui Giochi Olimpici di Berlino (1936)


(con aggiunta del 19 luglio 2008)

Le Monde, giornale obliquo (seguito)

Ne Le Monde, Sylvain Cypel dedica un articolo a Jesse Owens, il meticcio americano, quattro volte medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 (“1936: à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami di Jesse, le métis”, 17-18 settembre 2000, p. VI).
 Il giornalista è obbligato a riconoscere che la storia del cancelliere Hitler che si rifiuta di stringere la mano di Jesse Owens non è che una leggenda. Ancora nel 1991, Le Monde accreditava questa leggenda con la penna di Claude Sarraute, che allora osava scrivere: “Hitler ha ben rifiutato di stringere la mano di Jesse Owens, il Nero americano vincitore ai Giochi Olimpici a Berlino nel ’36 (“Bleu, blanc, noir”, 3 dicembre 1991, p. 34).
 Il protocollo non aveva previsto la presentazione degli atleti al cancelliere e J. Owens stesso ha smentito in seguito di esser mai stato in presenza di Hitler. Ciò che S. Cypel avrebbe potuto precisare è che, dall’alto della sua tribuna, Hitler, constatando la sconfitta di Ludwig (detto “Luz” o “Lutz”) nel salto in lungo, ebbe inizialmente, come molti Tedeschi, “un gesto di stizza poi applaudì la prestazione del Nero americano” (J.-P. Rudin, Nice Matin, 4 aprile 1980).
 Lo stesso S. Cypel ha omesso di aggiungere che il nome di J. Owens fu inciso quattro volte sulla torre d’onore dei Giochi. Una fotografia ha immortalato il gesto dello scultore tedesco che iscriveva l’illustre nome per la seconda volta in cima al monumento. Di ritorno negli Stati Uniti l’atleta ebbe a conoscere, perfino nei mezzi di trasporto pubblico, le umiliazioni quotidiane inflitte ai Neri nel suo paese e non mancò di fare il paragone con il trattamento che gli era stato riservato in Germania. Nel 1984, quattro anni dopo la scomparsa di J. Owens, la vedova di quest’ultimo ricordò che suo marito non si era mai lamentato della Germania di Hitler. Come avrebbe potuto? Quando abbandonò lo stadio abbracciato al suo amico e rivale tedesco, un’ovazione salutò i due atleti. Nell’album fotografico in due volumi dedicato ai Giochi, Hitler è rappresentato sei volte, J. Owens sette volte e gli atleti neri in generale dodici volte. Il capitolo dedicato alle corse si apre con “l’uomo più veloce del mondo: Jesse Owens - USA”. Il primo volume si orna, all’inizio, d’una fotografia di gruppo con Adolf Hitler ed il secondo volume d’un ritratto di Theodor Lewald, ebreo e presidente del comitato tedesco d’organizzazione dei Giochi (Olympia 1936, Die Olympischen Spiele 1936 in Berlin und Garmisch-Partenkirchen, 2 vol., 1936, 292 p.).
 Gli atleti ebrei tedeschi ai G. O.
 S. Cypel scrive che “agli atleti ebrei tedeschi [fu impedito] di partecipare” ai Giochi. Gli si ricorderà che, come l’ho appena affermato, il presidente del comitato tedesco di organizzazione di questi Giochi era l’ebreo tedesco Theodor Lewald e che l’ebrea tedesca Helene Mayer conseguì la medaglia d’argento nella scherma; quanto all’ebreo o mezzo-ebreo tedesco Rudi Ball, che ai G. O. del 1932 aveva riportato la medaglia di bronzo in seno alla squadra tedesca di hockey su ghiaccio, egli fece parte nel febbraio 1936, a Garmisch-Partenkirchen, della medesima squadra tedesca. Per quanto riguarda Gretel Bergman, campionessa di salto in alto, se essa fu, all’ultimo momento, scartata dalla competizione finale, ciò non può essere dovuto al suo esser ebrea così come provano al contrario gli esempi degli altri due atleti. Hitler aveva espressamente ricordato prima dei giochi che gli ebrei non dovevano essere esclusi dalla squadra tedesca (Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du IIIe Reich et les juifs, Christian Bourgois, 1981, I, p. 164). A proposito della partecipazione degli atleti ebrei tedeschi a questi giochi olimpici, vale la pena citare la reazione di Victor Klemperer, cugino del direttore d’orchestra Otto Klemperer. Figlio di un rabbino e sposato con un’ariana, egli trascorse tutto il periodo nazional-socialista, compreso anche quello della guerra, in Germania ed in particolare a Dresda che egli dovette abbandonare in seguito ai terribili bombardamenti alleati del febbraio 1945. Nel suo diario, in data del 13 agosto 1936, annotava:
 I giochi olimpici, che presto termineranno, mi ripugnano doppiamente. In quanto assurda sopravvalutazione dello sport; l’onore di un popolo dipende dal fatto che uno dei suoi partecipanti salta dieci centimetri più in alto di tutti gli altri. E peraltro, è un negro degli USA che ha fatto il salto più alto, e la medaglia d’argento per la scherma assegnata alla Germania, è l’ebrea Helene Mayer che l’ha guadagnata (io non so quello che è più indecente, la sua partecipazione in quanto Tedesca del III° Reich oppure il fatto che la sua perfomance sia rivendicata dal III° Reich) (Journal I, Seuil, Parigi, 2000, 1986).
 Occorre dire che V. Klemperer era ferocemente antisionista. Per lui il sionismo era “puro nazismo” e “ripugnante” (ibid., p. 438).
            Intesa tra nazional-socialisti e sionisti
 Un buon numero di ebrei sionisti condividevano pressapoco la stessa ideologia dei nazionalsocialisti. Si tratta di un argomento che oggi si tenta di mascherare, col rischio di non capirne più nulla di tutta una serie di fatti storici tra i quali si citeranno: 1) nell’agosto 1933, l’Ha’avara Agreement (accordo di trasferimento) stipulato tra i sionisti e le autorità del III° Reich per spezzare o aggirare il temibile boicotaggio economico che le altre organizzazione ebraiche mondiali avevano decretato contro la Germania fin dal marzo 1933; 2) l’approvazione da buona parte dei sionisti, nel 1935, delle leggi di Norimberga per la protezione del sangue tedesco (questi sionisti erano favorevoli alla protezione del sangue ebreo e contrari ai matrimoni misti); 3) la cooperazione, durante tutta la guerra, degli “ebrei bruni” o “dell’internazionale ebraica della collaborazione” non solo con Adolf Eichmann che era anch’egli pro-sionista e pro-ebreo, ma anche con altri numerosi responsabili tedeschi; 4) gli innumerevoli contatti di responsabili ebrei con le autorità tedesche durante tutta la guerra e ciò fino alla proposta da parte del Lehi, alias Gruppo Sterne, d’una alleanza militare contro la Gran Bretagna (gennaio 1941) o l’incontro, nell’aprile 1945, tra Heinrich Himmler e un’alta personalità del Congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Sionisti e nazional-socialisti erano ugualmente in favore di una “soluzione territoriale della questione ebraica” (territoriale Endlosung der Judenfrage). È chiaro che, come in tutte le collaborazioni, cooperazioni e coabitazioni, soprattutto in campo politico, non mancavano i secondi fini, le macchinazioni e i rovesciamenti.
 L’espansione del sionismo tedesco nel 1936
 Nel febbraio 1936, cioè alcuni mesi prima dell’apertura dei Giochi olimpici, i sionisti tedeschi avevano ufficialmente tenuto il loro congresso a Berlino. Lo stesso anno, la Germania contava una quarantina di centri sionisti di addestramento (Umschlungslagern) per la preparazione dei giovani ebrei ai mestieri agricoli o altri da svolgere ulteriormente in Palestina. La stampa ebraica in Germania conobbe in questo periodo una prodigiosa espansione. Si parlò di un risveglio o di un rinnovamento della coscienza ebraica. Sicuramente gli ebrei antisionisti deploravano o condannavano questa situazione. Molti ebrei, in particolare nelle vecchie generazioni, rivendicavano la loro germanicità e vivevano come un dramma ciò che, dal canto loro, i giovani ebrei consideravano come soluzione per il loro avvenire. I Tedeschi autorizzavano la costituzione di gruppi paramilitari ebraici con uniforme e una bandiera bianca e blu (la bandiera del futuro Stato d’Israele) a condizione però che questi gruppi non sfilassero in parata nelle strade ma solamente nei cortili delle loro scuole o caserme. Incontri sportivi opponevano talvolta giovani sionisti e giovani nazionalsocialisti. Su tutti questi aspetti, si può leggere, in particolare, sia il libro di Francis Nicosia, The Third Reich and the Palestine Question (Austin, University of Texas Press, 1985), sia il notevole studio di Otto Dov Kulka, “The reactions of Germany Jewry to the National-Socialist Regime” alle pagine 367-379 del libro di Jehuda Reinharz, Living with Antisemitism (Hanover, New Hampshire, University Press of New England, 1987), sia ancora il libro di Emmanuel Ratier, Les Guerriers d’Israel (Facta, Parigi, 1995). Si potrà ugualmente consultare su questi argomenti sia l’Encyclopaedia Judaica, sia l’Encyclopedia of the Holocaust, di cui raccomando l’inizio “Lohamei Herut Israel” a proposito dell’offerta fatta dal Lehi, a cui apparteneva Itzhak Shamir, d’una alleanza militare tra ebrei e Tedeschi contro la Gran Bretagna. 
Il caso di Marty Glickman
 Preoccupato di svelare il minimo segno di antisemitismo e di approfittarne per lamentarsi, gemere e rivendicare, S. Cypel non teme di chiamare in causa i responsabili della delegazione americana. Afferma che essa non comprendeva che due atleti ebrei, Marty Glickman e Sam Stoller. All’ultimo momento, questi due staffettisti furono sostituiti da due neri, Ralph Metcalfe e Jesse Owens. Una sola spiegazione per il giornalista di Le Monde: Glickman e Stoller furono allontanati perché ebrei! L’argomentazione è irricevibile poiché in fin dei conti la scelta si rivelò la più indovinata e i due neri riporteranno la medaglia d’oro. In ogni caso, se bisogna credere in certuni, Marty Glickman aveva dichiarato negli anni 80 che conservava di questi giochi un ricordo “entusiasta” (G. Frey ed., Vorsicht Faelschung!, Monaco, FZ-Verlag, 1994, p. 119).
 Il caso di Horst Wessel
 S. Cypel ricorda: “il Horst Wessel Lied, questo canto delle SA in onore di un mascalzone antisemita, fu urlato dopo l’inno olimpico”. Una tradizione ebraica e comunista vuole che Horst Wessel abbia trovato la morte sia in un combattimento da strada contro i comunisti sia durante una rissa su una pubblica strada contro un prosseneta. La verità piuttosto sarebbe che questo figlio di pastore protestante, militante anticomunista in seno alle SA, studente di legge e poeta nel tempo libero, fu abbattuto da un comunista, a casa sua, con una pallottola in pieno volto e morì in un ospedale di Berlino, il 23 febbraio 1930. Nel settembre 1929 aveva pubblicato una poesia inneggiante alle SA ed è questa poesia, messa in musica dopo la sua morte, che divenne il secondo inno nazionale tedesco. 
Meno propaganda menzognera?
 Oggi si ha qualche difficoltà a seguire la cadenza del giornale Le Monde nella sua produzione di errori o di menzogne relativamente al III° Reich o alla Shoah. Mi sono fatto l’obbligo di inviare contemporaneamente al suo direttore, Jean-Marie Colombani, e agli autori di articoli grossolanamente sbagliati o menzogneri, le mie umili recensioni, invariabilmente raggruppate sotto l'intitolazione: “Le Monde, journal oblique (suite)”. Sono cosciente del fatto che questo giornale, che ha forte bisogno di denaro e che teme la collera degli ebrei, cerca di pentirsi del suo peccato capitale: il 29 dicembre 1978 e il 16 gennaio 1979, non era stato spinto a pubblicare le mie osservazioni iconoclastiche sulle impossibilità fisiche e chimiche delle camere a gas naziste? Ecco che cosa resta inciso nello spirito di coloro che fanno professione di mai dimenticare e mai perdonare. Sia pure! Ma ci dovrebbero essere dei limiti al servilismo.
 Jean-Christophe Mitterand ha visto ne Le Monde la “cassa di risonanza” d’ “una certa lobby ebraica” (Libération, 30 agosto 1999, p. 15). Questa lobby ci fa scoppiare i timpani con la sua propaganda menzognera così come con le invenzioni della sua industria dell’“Olocausto” e le fabbricazioni del suo “Shoah-Business”. È tempo che Le Monde cessi d’essere la sua “cassa di risonanza”.
 Da parte mia, attendo di questo giornale il resoconto che esso non mancherà di fare di un’opera tra le più spregevoli che abbiano mai prodotto le officine della propaganda olocaustica. Si tratta di un libro scelto dal ministro dell’Educazione nazionale Jack Lang per l’insegnamento obbligatorio della Shoah ai bambini di Francia a partire dalla 4° classe. Composto da Stéphane Bruchfeld e Paul Levine, sarà pubblicato da Ramsay, con il titolo: Dites-le à vos enfants.
 Renderò conto nello stesso tempo di questo libro in quanto tale e della sua recensione su Le Monde. 
 17 settembre 2000 (rivisitato il 24 ottobre)

NB del 29 settembre 2000: Nella sua edizione del 29 settembre, Le Monde pubblica sotto la penna di Philippe-Jean Catinchi la recensione di un libro di Jean-Michel Blaizeau, Les Jeux défigurés de Berlin. In questa recensione, si legge che, dei giochi “si è ritenuto […] il livore di Hitler che rifiuta di stringere la mano di Jesse Owens”. Nessuna precisazione che si tratta di un mito.

Aggiunta del 19 luglio 2008: Le Monde ci fornisce una nuova prova del suo carattere obliquo. Nella sua edizione datata al 19 luglio 2008, Le Monde 2 pretende riprodurre, alle pagine 62-63, l’articolo di Sylvain Cypel apparso, otto anni prima, ne Le Monde del 17 e 18 settembre 2000, p. VI. Ma lo fa obliquamente. Si astiene dal dichiarare tre tagli che sono rispettivamente di 48, 41 e 17 righe che, inoltre, si astiene da segnalare tipograficamente come vuole la pratica. In quanto al titolo dell’articolo, è gravemente alterato sia nella lettera sia nello spirito. Nel 2000, il titolo era: “1936: à Berlino, L'Aryen ‘Lutz’ divient l’ami de Jesse, le métis”; nel 2008, il titolo diviene “L’offense faite aux nazis”. Laddove S. Cypel riconosceva onestamente che ai giochi olimpici di Berlino, contrariamente alla leggenda, nessuna offesa era stata fatta ai neri da Hitler o dai “nazisti ”, adesso ci si vuol far credere che un’offesa è stata arrecata coraggiosamente da “Lutz” o “Luz” Long ai dignitari “nazisti ”. Orbene S. Cypel aveva espressamente detto il contrario citando la testimonianza seguente: “Non si deve sbagliare. Nel 1936, Lutz Long aveva ventitré anni. Non era nazista né antinazista.. Era proprio un Tedesco del suo tempo, fiero di ciò che gli sembrava essere, come a molti altri giovani, la rinascenza della Germania. Abbracciandosi con Jesse pubblicamente, egli non intendeva né ferire né protestare contro qualunque cosa”.

Si arguisce da ciò che nel 2000 era ancora possibile, eccezionalmente, manifestare qualche scrupolo e d’usare una certa probità a proposito del nazionalsocialismo: a rigore, si rettificavano ancora degli errori fin troppo grossolani. Nel 2008, non è più possibile. Forse l’ingenuo lettore si immagina che, più ci allontaniamo dalla seconda guerra mondiale, più il grande vinto di questa guerra dovrebbe vedersi trattare con distacco e serenità! Errore! I nostri pizzicagnoli e le nostre pizzicagnole kasher insistono perché sempre di più si affilino i coltelli. Oggi, nelle nostre scuole, fin dalla 2° classe media, si apprende che l’ebreo incarna contemporaneamente il bene e la vittima innocente mentre il nazional-socialista, chiamato “nazista”, incarnerebbe il male ed il carnefice. Così vuole la nuova religione universale. Come lo riconosce Alain Finkielkraut, che si rivolge al proprio interlocutore con parole di buonsenso, l’ebreo in Francia è diventato “il cocco della Storia” e può apparire anche come “il cocco della Memoria”.

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Jewish Myths about the Berlin Olympic Games (1936)

Le Monde, journal oblique (continued)


In today’s Le Monde, Sylvain Cypel devotes an article to Jesse Owens, the American mulatto who won four gold medals at the Olympic Games in Berlin in 1936 (“1936, à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami de Jesse, le métis” (“1936, at Berlin, the Aryan ‘Lutz’ befriends Jesse, the mulatto”), 17-18 September 2000, p. VI).
The journalist is forced to acknowledge that the story of chancellor Hitler refusing to shake Jesse Owens’ hand is but a legend. Still in 1991, Le Monde accredited that legend under the by-line of Claude Sarraute, who had dared to write: “Hitler indeed refused to shake the hand of Jesse Owens, the black American champion at the Berlin Olympics in 1936” (“Bleu, blanc, noir”, 3 December 1991, p. 34).
The protocol had not provided for the athletes’ presentation to the chancellor and J. Owens himself afterwards denied ever having been in Hitler’s presence. What S. Cypel could have pointed out is that, having noted the defeat of Ludwig (“Lutz” or “Luz”) Long in the long jump, Hitler, on his dais above, made at first, like many other Germans, “a sign of disappointment, then applauded the black American’s performance” (J.-P. Rudin, Nice-Matin, 4 April 1980).
The same S. Cypel fails to add that the name of J. Owens was engraved four times on the tower of honour at the Olympic grounds. A photograph has immortalised the act of the German sculptor inscribing the illustrious name for the second time at the very top of the monument. Once back in the United States, the athlete was to experience anew, on public transport as elsewhere, the daily humiliations inflicted on blacks in his country, and would not fail to make a comparison with the treatment that had been reserved for him in Germany. In 1984, four years after J. Owens’ death, his widow recalled that he had never made any complaints about Hitler’s Germany. How could he have done so? When he walked off the field side by side with his German friend and rival, an ovation saluted the two athletes. In the two-volume photographic album devoted to the Games, Hitler is shown six times, J. Owens seven times and the black athletes in general twelve times. The chapter covering foot racing opens with “The fastest man in the world: Jesse Owens-USA”. The opening page of the first volume bears a photograph of Adolf Hitler amidst a group of German officials, and that of volume two, a portrait of Theodor Lewald, a Jew and president of the German Olympic organising committee (Olympia 1936, Die Olympischen Spiele 1936 in Berlin und Garmisch-Partenkirchen, 2 vol., 1936, 292 p.).

The Jewish athletes at the Olympics

S. Cypel writes that “the German-Jewish athletes [were] prevented from participating” in the Games. One will remind him that, as I have just mentioned, the president of the German Olympic organising committee was the German Jew Theodor Lewald, that the German Jewess Helene Mayer won the silver medal in fencing; as for the German Jew or half-Jew Rudi Ball who, at the Winter Games of 1932 had been a member of his country’s bronze medallist ice-hockey team, he again played on that team in the 1936 Games held at Garmisch-Partenkirchen. It is true that at the last moment the German star high-jumper Gretel Bergman was cut from the team but that could not be for her Jewishness, as is proved by the examples of the two other athletes. Hitler had expressly stated before the games that Jewish athletes must not be excluded from the German team (Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du IIIe Reich et les juifs, Paris, Christian Bourgois, 1981, I, p. 164). On the subject of German-Jewish athletes’ participation in those Olympics, one noteworthy reaction was that of Victor Klemperer, cousin of the orchestral conductor Otto Klemperer. The son of a rabbi and husband of an Aryan wife, he spent the entire National-Socialist period, including the war years, in Germany and, more precisely, in Dresden which he had to leave after the terrible Allied bombings of February 1945. In his private diary, under the date of 13 August 1936, he noted:
I find the Olympic Games, which will soon be over, doubly repulsive. As an absurd over-estimation of sport; the honour of a people depends on whether one of its members jumps ten centimetres higher than the others. And besides, it’s a nigger from the United States who has jumped the highest, and the silver medal in fencing for Germany has been taken by the Jewess Helene M[a]yer (I don’t know what is more indecent, her participation as a German of the 3rd Reich or the fact that her performance should be claimed as a victory for the 3rd Reich (Journal, I, Paris, Seuil, 2000, p. 286).
It must be said that V. Klemperer was fiercely anti-Zionist. For him, Zionism was “pure Nazism” and “repugnant” (Ibid., p. 438).

Entente between National Socialists and Zionists

A good number of Zionist Jews held an ideology similar to that of the National Socialists. Efforts are made today to keep this point under wraps, at the risk of thwarting completely the comprehension of a whole series of historical facts among which may be cited: 1) the August 1933 Ha’avara Agreement (transfer agreement) reached between Zionists and the authorities of the 3rd Reich with the aim of breaking or getting round the formidable economic boycott of Germany, decreed by the other international Jewish organisations as early as March 1933; 2) the approval by a sizeable part of the Zionist camp, in 1935, of the Nuremberg Laws for the protection of German blood (these Zionists were in favour of the protection of Jewish blood and thus against mixed marriage); 3) the co-operation, all throughout the war, of the “Brown Jews” or the “International of Jewish Collaborators” with Adolf Eichmann, himself pro-Zionist and pro-Jewish, as well as with other German officials; 4) the innumerable contacts between Jewish officials and the German authorities during the whole of the war, going as far as the offer on the part of the Lehi, alias Stern Group, of a military alliance against Great Britain (January 1941) or the meeting, in April 1945, between Heinrich Himmler and a prominent member of the World Jewish Congress, Norbert Masur. Zionists and National Socialists were also in favour of a “territorial final solution” of the Jewish question (territoriale Endlösung der Judenfrage). It goes without saying that, as in all collaborations, co-operations or co-habitations, especially in political matters, ulterior motives, manœuvres, machinations, and turnabouts were not lacking.


The rise of German Zionism in 1936

In February 1936, that is, some months before the opening of the Olympic Games, the German Zionists had officially held their congress in Berlin. By that very year, Germany hosted about forty Zionist training centres (Umschulungslagern) for the instruction of young Jews in farming or other skills that they would need to use later on in Palestine. The Jewish press in Germany at that time experienced a prodigious expansion. There was talk of a reawakening or revival of Jewish consciousness. Assuredly the anti-Zionist Jews deplored or condemned this state of things. Many Jews, particularly those of the older generation, proudly laid claim to a certain Germanity: amongst them, the project held by young Jews to be a solution for the future was seen as a disaster in the making. The Germans authorised the setting up of uniformed Jewish paramilitary groups under a blue and white flag (the flag of the future state of Israel), albeit on the condition that they not parade in the streets but only within their school grounds or barracks. Sometimes there were sporting events between young Zionist and young National Socialist teams. On all of these aspects one may especially read either the book by Francis Nicosia, The Third Reich and the Palestine Question (Austin, University of Texas Press, 1985), or Otto Dov Kulka’s noteworthy study “The reactions of German Jewry to the National-Socialist Regime” on pages 367-379 of the work by Jehuda Reinharz, Living with Antisemitism (Hanover, New Hampshire, University Press of New England, 1987), or the book by the French author Emmanuel Ratier, Les Guerriers d’Israël (Paris, Facta, 1995). One may also consult either the Encyclopaedia Judaica or the Encyclopedia of the Holocaust; I recommend this latter book’s entry “Lohamei Herut Israel”, on the subject of the proposal by the Lehi, to which Yitzak Shamir belonged, of a military alliance between Jews and Germans against Great Britain.

The case of Marty Glickman

Keen to detect the least hint of anti-Semitism and to take advantage of it so as to find fault, wail, and make new demands, S. Cypel is not afraid of attacking the heads of the 1936 American delegation. He states that this squad included only two Jewish athletes, Marty Glickman and Sam Stoller. At the last minute, these two relay racers were replaced by two blacks, Ralph Metcalfe and Jesse Owens. One sole explanation for Le Monde: Glickman and Stoller were dropped because they were Jews! The argument is inadmissible since in the end the choice proved to be one of the most fortunate, with the blacks taking the gold medal. In any case, if certain persons are to be believed, in the 1980s M. Glickman, then best known in America as radio commentator for the New York “Giants” football club, stated that he had an “enthusiastic” remembrance of those games (G. Frey ed., Vorsicht Fälschung !, Munich, FZ-Verlag, 1994, p. 119).

The case of Horst Wessel

S. Cypel evokes: “the Horst Wessel Lied, that song of the SA in honour of an anti-Semitic hooligan, bellowed after the Olympic anthem”. A Jewish and Communist tradition has it that Horst Wessel met his death either in a street battle with the Communists or in a fight in public with a pimp. The truth of the matter appears to be that this pastor’s son, a militant anti-Communist active in the SA, law student and, in his free time, poet, was shot in the face by a Communist at his home and died in a Berlin hospital in 23 February 1930. In September 1929, he had published a poem to the glory of the SA and it is that poem, set to music after his death, which became the second German national anthem.

Less lying propaganda?

It is somewhat difficult these days to keep pace with the daily Le Monde in its production of errors or lies relating to the 3rd Reich or the Shoah. I have made a duty of sending both to its managing editor, Jean-Marie Colombani, and to the authors of grossly mistaken or mendacious articles, my humble inventories, invariably set forth under the heading: “Le Monde, journal oblique (suite)”. I am aware of the fact that this newspaper, which has great need of money and fears the wrath of the Jews, steadily tries to make atonement for its cardinal sin: did it not proceed, in its issues of 29 December 1978 and 16 January 1979, to print my iconoclastic observations on the physical and chemical impossibilities of the Nazi gas chambers? That act is what remains etched in the minds of those who profess never to forget and never to forgive. So be it! But there ought to be limits to servility.
Jean-Christophe Mitterrand has seen in Le Monde the “echo chamber” of “a certain Jewish lobby” (Libération, 30 August 1999, p. 15). That lobby bursts our eardrums with its lying propaganda, as with its “Holocaust” industry’s inventions and the fabrications of its Shoah-Business. It is time that Le Monde ceased being its “echo chamber”.
For my part, I await the review that this newspaper will not fail to do of a work which is among the most horrid that the holocaustic propaganda outfits have ever produced. It is the book chosen by French Education minister Jack Lang for the mandatory teaching of the Shoah to the children of France from the third year in secondary school. Concocted by Stéphane Bruchfeld and Paul Levine, it is to be published by Ramsay under the title: Dites-le à vos enfants.
I shall, upon its release, give an account both of this book as such and of its review by Le Monde.
NB: In its issue of 29 September, Le Monde was to publish, under the by-line of Philippe-Jean Catinchi, a brief review of a book by Jean-Michel Blaizeau, Les Jeux défigurés de Berlin (“The Disfigured Berlin Games”). A passage in this account reads that, of the 1936 Olympics, what has been retained is “the fury of Hitler refusing to shake the hand of Jesse Owens”. Nothing in the piece indicates that this is the stuff of myth.

September 17, 2000 (revised October 24)

Mythes juifs autour des JO de Berlin (1936)


avec addition du 19 juillet 2008


Le Monde, journal oblique (suite)
Dans Le Monde, Sylvain Cypel consacre un article à Jesse Owens, le métis américain, quadruple médaillé d’or aux Jeux olympiques de Berlin en 1936 (« 1936 : à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami de Jesse, le métis », 17-18 septembre 2000, p. VI).
Le journaliste est obligé de reconnaître que l’histoire du chancelier Hitler refusant de serrer la main de Jesse Owens n’est qu’une légende. Encore en 1991, Le Monde accréditait cette légende sous la plume de Claude Sarraute, qui osait alors écrire : « Hitler a bien refusé de serrer la main de Jesse Owens, le Noir américain vainqueur aux Jeux olympiques à Berlin en 36 » (« Bleu, blanc, noir », 3 décembre 1991, p. 34).
Le protocole n’avait pas prévu de présentation des athlètes au chancelier et J. Owens a lui-même démenti par la suite avoir jamais été en présence de Hitler. Ce que S. Cypel aurait pu préciser, c’est que, du haut de sa tribune, Hitler, en constatant la défaite de Ludwig (dit « Luz » ou « Lutz » ) Long au saut en longueur, eut d’abord, comme beaucoup d’Allemands, « un geste de dépit puis applaudit la performance du Noir américain » (J.-P. Rudin, Nice-Matin, 4 avril 1980).
Le même S. Cypel a omis d’ajouter que le nom de J. Owens fut gravé à quatre reprises sur la tour d’honneur des Jeux. Une photographie a immortalisé le geste du sculpteur allemand inscrivant l’illustre nom pour la deuxième fois tout au haut du monument. De retour aux Etats-Unis, l’athlète eut à connaître, jusque dans les moyens de transports publics, les humiliations quotidiennes infligées aux Noirs dans son pays et il ne manqua pas de faire la comparaison avec le traitement qui lui avait été réservé en Allemagne. En 1984, quatre ans après la disparition de J. Owens, la veuve de ce dernier rappela que son mari ne s’était jamais plaint de l’Allemagne de Hitler. Comment l’aurait-il pu ? Quand il quitta le stade au bras de son ami et rival allemand, une ovation salua les deux athlètes. Dans l’album photographique en deux volumes consacré aux Jeux, Hitler est représenté six fois, J. Owens sept fois et les athlètes noirs en général douze fois. Le chapitre consacré aux courses s’ouvre sur « l’homme le plus rapide du monde : Jesse Owens-USA ». Le premier volume s’orne, en tête, d'une photographie de groupe avec Adolf Hitler et le second volume d’un portrait de Theodor Lewald, juif et président du comité allemand d’organisation des Jeux (Olympia 1936, Die Olympischen Spiele 1936 in Berlin und Garmisch-Partenkirchen, 2 vol., 1936, 292 p.).

Les athlètes juifs allemands aux JO

S. Cypel écrit que « les athlètes juifs allemands [furent] empêchés de participer » aux Jeux. On lui rappellera que, comme je viens de le mentionner, le président du comité allemand d’organisation de ces Jeux était le juif allemand Theodor Lewald et que la juive allemande Helene Mayer remporta la médaille d’argent à l’escrime ; quant au juif ou demi-juif allemand Rudi Ball, qui, aux JO de 1932 avait remporté la médaille de bronze au sein de l’équipe allemande de hockey sur glace, il fit partie en février 1936, à Garmisch-Partenkirchen, de la même équipe allemande. Pour ce qui est de Gretel Bergman, championne du saut en hauteur, si elle fut, au dernier moment, écartée de la compétition finale, ce ne put être en sa qualité de juive ainsi que le prouvent a contrario les exemples des deux autres athlètes. Hitler avait expressément rappelé avant les jeux que les juifs ne devaient pas être exclus de l’équipe allemande (Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du IIIe Reich et les juifs, Christian Bourgois, 1981, I, p. 164). A propos de la participation d’athlètes juifs allemands à ces jeux olympiques, il vaut la peine de citer la réaction de Victor Klemperer, cousin du chef d’orchestre Otto Klemperer. Fils de rabbin et marié à une aryenne, il passa toute la période nationale-socialiste, y compris celle de la guerre, en Allemagne et, en particulier, à Dresde qu’il lui fallut quitter à la suite des terribles bombardements alliés de février 1945. Dans son journal intime, à la date du 13 août 1936, il notait :
Les jeux olympiques, qui se terminent bientôt, me répugnent doublement. En tant que surestimation absurde du sport ; l’honneur d’un peuple dépend de ce qu’un de ses membres saute dix centimètres plus haut que tous les autres. Et d’ailleurs, c’est un nègre des Etats-Unis qui a sauté le plus haut, et la médaille d’argent d’escrime pour l’Allemagne, c’est la juive Helene M[a]yer qui l’a remportée (je ne sais pas ce qui est le plus indécent, sa participation en tant qu’Allemande du IIIe Reich ou le fait que sa performance soit revendiquée par le IIIe Reich) (Journal, I, Seuil, 2000, p. 286).
Il faut dire que V. Klemperer était farouchement antisioniste. Pour lui, le sionisme était « du pur nazisme » et « répugnant » (Ibid., p.438).
Entente entre nationaux-socialistes et sionistes
Bon nombre de juifs sionistes partageaient à peu près la même idéologie que les nationaux-socialistes. Il s’agit là d’un point qu’aujourd’hui on tente de masquer, au risque de ne plus rien comprendre à toute une série de faits historiques parmi lesquels on citera : 1) en août 1933, le Ha’avara Agreement (accord de transfert) passé entre les sionistes et les autorités du IIIe Reich pour briser ou contourner le redoutable boycott économique que les autres organisations juives mondiales avaient décrété contre l’Allemagne dès mars 1933 ; 2) l’approbation par une bonne partie des sionistes, en 1935, des lois de Nuremberg pour la protection du sang allemand (ces sionistes étaient en faveur de la protection du sang juif et contre les mariages mixtes) ; 3) la coopération, pendant toute la guerre, des « juifs bruns » ou de « l’internationale juive de la collaboration » aussi bien avec Adolf Eichmann, qui était lui-même pro-sioniste et pro-juif, qu’avec bien d’autres responsables allemands ; 4) les innombrables contacts de responsables juifs avec les autorités allemandes pendant toute la guerre et cela jusqu’à la proposition par le Lehi, alias Groupe Stern, d’une alliance militaire contre la Grande-Bretagne (janvier 1941) ou la rencontre, en avril 1945, entre Heinrich Himmler et une sommité du Congrès juif mondial, Norbert Masur. Sionistes et nationaux-socialistes étaient également en faveur d’une « solution finale territoriale de la question juive » (territoriale Endlösung der Judenfrage). Il va sans dire que, comme dans toutes les collaborations, coopérations ou cohabitations, surtout en matière politique, les arrière-pensées, les manœuvres, les machinations et les retournements ne manquaient pas.

L’essor du sionisme allemand en 1936

En février 1936, soit quelques mois avant l’ouverture des Jeux olympiques, les sionistes allemands avaient officiellement tenu leur congrès à Berlin. La même année, l’Allemagne comptait une quarantaine de centres sionistes d’entraînement (Umschulungslagern) pour la préparation des jeunes juifs aux métiers agricoles ou autres à exercer ultérieurement en Palestine. La presse juive en Allemagne connut à cette époque un prodigieux essor. On parla d’un réveil ou d’un renouveau de la conscience juive. Assurément les juifs antisionistes déploraient ou condamnaient cet état de fait. Beaucoup de juifs, en particulier dans les vieilles générations, revendiquaient leur germanité et vivaient comme un drame ce que, de leur côté, de jeunes juifs tenaient pour une solution d’avenir. Les Allemands autorisaient la constitution de groupes paramilitaires juifs avec uniforme et un drapeau blanc et bleu (le drapeau du futur Etat d’Israël) à condition toutefois que ces groupes ne paradent pas dans les rues mais seulement dans leurs écoles ou casernements. Des rencontres sportives opposaient parfois jeunes sionistes et jeunes nationaux-socialistes. Sur tous ces aspects, on peut lire, en particulier, soit le livre de Francis Nicosia, The Third Reich and the Palestine Question (Austin, University of Texas Press, 1985), soit la remarquable étude d’Otto Dov Kulka, « The reactions of German Jewry to the National-Socialist Regime » aux pages 367-379 du livre de Jehuda Reinharz, Living with Antisemitism (Hanover, New Hampshire, University Press of New England, 1987), soit encore le livre d’Emmanuel Ratier, Les Guerriers d’Israël (Facta, 1995). On pourra également consulter sur ces sujets soit l’Encyclopaedia Judaica, soit l’Encyclopedia of the Holocaust, où je recommande l’entrée « Lohamei Herut Israel » au sujet de l’offre faite par le Lehi, auquel appartenait Itzhak Shamir, d’une alliance militaire entre juifs et allemands contre la Grande-Bretagne.

Le cas de Marty Glickman

Soucieux de détecter le moindre indice d’antisémitisme et d’en profiter pour se plaindre, gémir et revendiquer, S. Cypel ne craint pas de mettre en cause les responsables de la délégation américaine. Il affirme que celle-ci ne comportait que deux athlètes juifs, Marty Glickman et Sam Stoller. Au dernier moment, ces deux relayeurs furent remplacés par deux noirs, Ralph Metcalfe et Jesse Owens. Une seule explication pour le journaliste du Monde : Glickman et Stoller furent écartés parce que juifs ! L’argument est irrecevable puisqu’en fin de compte le choix se révéla des plus heureux et que les deux Noirs remportèrent la médaille d’or. En tout cas, s’il faut en croire certains, Marty Glickmann aurait déclaré dans les années 80 qu’il conservait de ces jeux un souvenir « enthousiaste » (G. Frey éd., Vorsicht Fälschung !, Munich, FZ-Verlag, 1994, p. 119).

Le cas de Horst Wessel

S. Cypel évoque : « le Horst Wessel Lied, ce chant des SA en l’honneur d’un voyou antisémite, beuglé après l’hymne olympique ». Une tradition juive et communiste veut que Horst Wessel ait trouvé la mort soit dans un combat de rue avec les communistes, soit lors d’une rixe sur la voie publique avec un souteneur. La vérité serait plutôt que ce fils de pasteur, militant anticommuniste au sein des SA, étudiant en droit et poète à ses heures, fut abattu par un communiste, à son domicile, d’une balle en pleine face et décéda dans un hôpital de Berlin, le 23 février 1930. En septembre 1929, il avait publié un poème à la gloire des SA et c’est ce poème, mis en musique après sa mort, qui devint le second hymne national allemand.

Moins de propagande mensongère ?

On a aujourd’hui quelque mal à suivre la cadence du journal Le Monde dans sa production d’erreurs ou de mensonges relativement au IIIe Reich ou à la Shoah. Je me suis fait une obligation d’envoyer à la fois à son directeur, Jean-Marie Colombani, et aux auteurs d’articles grossièrement erronés ou mensongers, mes humbles recensions, invariablement regroupées sous l’intitulé : « Le Monde, journal oblique (suite) ». Je suis conscient de ce que ce journal, qui a de forts besoins d’argent et qui craint l’ire des juifs, cherche à faire repentance de son péché capital : le 29 décembre 1978 et le 16 janvier 1979, n’avait-il pas été conduit à publier mes observations iconoclastes sur les impossibilités physiques et chimiques des chambres à gaz nazies ? Voilà qui reste gravé dans l’esprit de ceux qui font profession de ne jamais oublier et de ne jamais pardonner. Soit ! Mais il devrait y avoir des limites à la servilité.
Jean-Christophe Mitterrand a vu dans Le Monde la « caisse de résonance » d’« un certain lobby juif » (Libération, 30 août 1999, p. 15). Ce lobby nous crève les tympans de sa propagande mensongère ainsi qu’avec les inventions de son industrie de l’« Holocauste » et les fabrications de son Shoah-Business. Il est temps que Le Monde cesse d’être sa « caisse de résonance ».
Pour ma part, j’attends de ce journal le compte rendu qu’il ne manquera pas de faire d’un ouvrage parmi les plus immondes qu’aient jamais produits les officines de la propagande holocaustique. Il s’agit du livre choisi par le ministre de l’Education nationale Jack Lang pour l’enseignement obligatoire de la Shoah aux enfants de France à partir de la classe de quatrième. Fabriqué par Stéphane Bruchfeld et Paul Levine, il sera publié par Ramsay sous le titre : Dites-le à vos enfants.
Je rendrai compte à la fois de ce livre en tant que tel et de sa recension par Le Monde.

                                                     17 septembre 2000

NB du 29 septembre 2000 : Dans sa livraison du 29 septembre, Le Monde publie sous la plume de Philippe-Jean Catinchi le compte rendu d’un livre de Jean-Michel Blaizeau, Les Jeux défigurés de Berlin. Dans ce compte rendu, on lit que, des jeux, « on a retenu […] la fureur d’Hitler refusant de serrer la main de Jesse Owens ». Rien ne précise qu’il s’agit là d’un mythe.
Addition du 19 juillet 2008 : Le Monde nous fournit une nouvelle preuve de son caractère oblique. Dans sa livraison datée du 19 juillet 2008, Le Monde 2 prétend reproduire, aux pages 62-63, l’article de Sylvain Cypel paru, huit ans auparavant, dans Le Monde des 17 et 18 septembre 2000, p. VI. Mais il le fait obliquement. Il s’abstient d’annoncer trois coupures qui sont respectivement de 48, 41 et 17 lignes, puis de les signaler typographiquement, comme le veut l’usage. Quant au titre de l’article, il est gravement altéré à la fois dans la lettre et dans l’esprit. En 2000, le titre était « 1936 : à Berlin, l’Aryen ‘Lutz’ devient l’ami de Jesse, le métis » ; en 2008, le titre devient « L’offense faite aux nazis ». Là où S. Cypel reconnaissait honnêtement qu’aux jeux olympiques de Berlin, contrairement à la légende, nulle offense n’avait été faite aux noirs par Hitler ou les « nazis », on veut nous faire croire qu’une offense a été courageusement faite par « Lutz » ou « Luz » Long aux dignitaires « nazis ». Or S. Cypel avait expressément dit le contraire en citant le témoignage suivant : « Il ne faut pas se méprendre. En 1936, Lutz Long avait vingt-trois ans. Il n’était ni nazi ni antinazi. C’était juste un Allemand de son temps, fier de ce qui lui semblait être, comme à beaucoup d’autres jeunes, la renaissance de l’Allemagne. En s’enlaçant avec Jesse publiquement, il ne voulait ni choquer ni protester contre quoi que ce soit. »
On voit par là qu’en 2000, il était encore possible, par exception, de manifester quelque scrupule et d’user d’une certaine probité à l’égard du national-socialisme : à la rigueur, on rectifiait encore des erreurs par trop grossières. En 2008, il n’en est plus question. Peut-être l’ingénu lecteur s’imagine-t-il que, plus nous nous éloignons de la seconde guerre mondiale, plus le grand vaincu de cette guerre devrait se voir traiter avec détachement et sérénité. Erreur ! Nos charcutiers et charcutières casher insistent pour que de plus en plus s’aiguisent les couteaux. Aujourd’hui, dans nos écoles, dès la classe de CM2, on apprend que le juif incarne à la fois le bien et la victime innocente cependant que le national-socialiste, appelé « nazi », incarnerait le mal et le bourreau. Ainsi le veut la nouvelle religion universelle. Comme le reconnaît Alain Finkielkraut, qui parle d’or, le juif en France est devenu « le chouchou de l’Histoire » et peut apparaître aussi comme « le chouchou de la Mémoire ».

Traduzione a cura di Germana Ruggeri

Thursday, September 14, 2000

Mon procès contre la revue "L’Histoire"

Je porte plainte contre Stéphane Khémis, directeur général de la revue mensuelle L’Histoire, pour publication falsifiée d’un texte que, conformément à la loi, je lui avais adressé en « droit de réponse ».

Dans la livraison de décembre 1999 de sa revue, S. Khémis avait publié un éditorial intitulé « Du négationnisme » et un article de Valérie Igounet, docteur en histoire, intitulé : « Le cas Faurisson / Itinéraire d’un négationniste ».

Cet éditorial et cet article m’ouvraient un droit de réponse, droit que j’entendais d’autant plus exercer que S. Khémis et V. Igounet me diffamaient.

Dans la livraison de janvier 2000, mon texte en droit de réponse était publié mais non sans de graves amputations et dénaturations. A cinq reprises il était tronqué et, au total, il était amputé de sa moitié. Aucune des cinq coupures n’était signalée au lecteur. L’usage, dans une publication qui se présente comme scientifique (la revue n’est-elle pas éditée par la « Société d’études scientifiques » ?), est de marquer les coupures de textes par le signe typographique des trois points placés entre crochets. La revue en question se pique d’observer cet usage puisque, aussi bien, dans l’article même de V. Igounet, paru le mois précédent, huit coupures étaient ainsi portées à l’attention du lecteur.

Non content, en un premier temps, de me diffamer et, en un deuxième temps, de falsifier mon texte en droit de réponse, on faisait suivre mon texte (et celui d’un autre révisionniste, Henri Roques) d’une « Réponse de L’Histoire » dénonçant les « élucubrations des assassins de la mémoire ».

On trouvera ci-jointes quelques pièces nécessaires à la compréhension de l’affaire. Il convient de savoir que, quelques mois après la parution de son article, V. Igounet allait publier un ouvrage de 700 pages, intitulé Histoire du négationnisme. Cet ouvrage s’achève sur un stupéfiant entretien avec Jean-Claude Pressac, auteur exterminationniste dont l’autorité avait été invoquée dans l’article de décembre 1999 à propos de la prétendue chambre à gaz d’Auschwitz-I. Pour leur malheur et pour leur courte honte, S. Khémis et V. Igounet, qui m’accusent d’être un « faussaire », avaient, à la fois pour me confondre et pour édifier le lecteur, jeté leur dévolu sur cette prétendue chambre à gaz homicide ; or, au moins depuis le 19 janvier 1995, avec la parution d’une enquête de l’historien Eric Conan dans le magazine L’Express, il est admis que, dans cette chambre à gaz emblématique, TOUT EST FAUX. Même les autorités du Musée national d’Auschwitz en conviennent mais elles le cachent aux touristes qui, par millions, continuent d’être abusés.

Comme j’ai été le premier au monde à découvrir cette supercherie et comme, après vingt-cinq années durant lesquelles on m’a obstinément accusé de mentir à ce sujet, on a fini par admettre que le faussaire n’était pas Faurisson, mais le Musée d’Auschwitz, on comprendra que j’accuse, à mon tour, la revue L’Histoire d’avoir pris fait et cause pour une imposture historique, reconnue comme telle, cinq années auparavant, par un historien de l’école officielle.

Pièces jointes

1° Lettre que j’ai adressée le 16 décembre 1999 au directeur responsable de L’Histoire. Elle contient mon texte en droit de réponse. J’ai placé entre crochets les cinq passages qui, sans qu’on en prévienne le lecteur, ont été oblitérés lors de la publication du texte dans L’Histoire de janvier 2000 ;

2° La page 68 de l’enquête d’Eric Conan sur la fallacieuse chambre à gaz que visitent des millions de touristes (L’Express, 19-25 janvier 1995) : « Tout y est faux » ;

3° Mon compte rendu de cette enquête sous le titre : « Les falsifications d’Auschwitz d’après un dossier de L’Express » (19 janvier 1995) ;

4° Mon article sur « Jean-Claude Pressac , version 2000 » (31 mars 2000), où je montre que l’ancien protégé de Serge Klarsfeld, de Denis Peschanski (CNRS), de François Bédarida (Institut d’histoire du temps présent) et de Pierre Vidal-Naquet (Ecole des hautes études en sciences sociales), opère une remarquable volte-face : il voue aux « poubelles de l’histoire » la grande majorité des « faits » dont s’est nourrie l’histoire officielle de la déportation ;

5° Mon compte rendu de l’ouvrage de Valérie Igounet : Histoire du négationnisme en France (5 mai 2000) ;

6° Pour le tribunal, un état des frais considérables qu’il m’a fallu jusqu’ici encourir avant même l’audience du 14 septembre 2000 ; une partie de ces frais est due à la dérobade de S. Khémis qui ne s’est ni présenté, ni fait représenter aux audiences où il était régulièrement convoqué.

14 septembre 2000

Tuesday, September 12, 2000

Emile Brami: «Histoire de la poupée»

On nous le dit: «Né en 1950 à Souk-el-Arba (Tunisie), Emile Brami est libraire à Paris. Histoire de la poupée est son premier roman» (Editions Ecriture, avril 2000, 187 p.).

Le héros du roman raconte son initiation au déduit par une certaine Maria qui, des années auparavant, dans un camp de concentration en lequel on reconnaît Auschwitz, avait officié au bordel du camp en qualité de prostituée. Un jour, à cette Maria, il était arrivé de tenter une copulation avec un cadavre: «Elle prit dans ja bouche et suça longtemps le sexe recroquevillé» (p. 119—120).

Le lendemain de son initiation, le jeune et «laid» garçon se retrouve avec Maria sur une plage. La femme lui confie une «moche» poupée qu’elle possédait au camp et, entrant dans l’eau, elle disparaît pour toujours dans la mer tunisienne.

Le héros, qui se dit juif et très malheureux, tient cependant à préciser:

    […] pas un membre de ma famille, aucun de nos proches, n’a eu à souffrir des persécutions hitlériennes. Mes parents vivaient à l’ouest de la Tunisie, dans un village proche de la frontière algérienne, ils ne virent pas un Allemand de toute la guerre. Quant à moi, je suis né en 1954. Je ne suis pas plus concerné par la tragédie de la déportation que n’importe quel être humain … ce qui est déjà beaucoup (p. 32—33).

A la fin du roman, une autre confidence nous est faite. Le héros ne s’entend pas trop avec son père, qui lui déclare:

    Il faut que je te dise … je n’ai jamais compris cette manie que tu as de mentir tout le temps. Je ne t’ai pas élevé comme ça. On croirait que mentir est devenu une nécessité chez toi … (p. 184)

Voilà bien d’un père qui ne comprend pas son fils car si, effectivement, ce dernier a l’air d’un menteur ou d’un mythomane, c’est pour la bonne cause, celle de la Shoah, c’est-à-dire «la destruction méticuleusement voulue et scientifiquement organisée de millions d’êtres humains» (p. 22). Il nous le précise:

    La Shoah […] dépasse de beaucoup les limites étroites, quoi qu’on pense, de l’imagination. — S’il ne s’agissait que de raconter, les survivants ont déjà tout dit, à chaud, avec de pauvres mots, des mots simples que transcendait cet incroyable calvaire qu’ils ont vécu comme des lapins aveugles, des chats décérébrés (ibid.).

Et puis, tout est juste provende à qui veut dénoncer les révisionnistes, «ces rats de l’Histoire qui chicanent sur le moindre détail, ergotent autour de la plus minuscule contradiction» (ibid.). On ne le connaît que trop, ce «travail de vieilles taupes des falsificateurs» (p. 24).

Sous le signe du «Shoah Business»

Le héros estime Primo Levi mais il ne l’envie pas puisque l’auteur de Si c’est un homme finit, semble-t-il, par se suicider; en revanche, il admire et envie Art Spiegelman, le créateur de la bande dessinée Maus, qui, lui, eut un sort beaucoup plus enviable puisqu’il édifia une fortune. Ce dernier, il faut en convenir, «n’évita ni l’afflux de dollars, ni une gloire fondée sur le martyre de ses parents», qui étaient des survivants de la Shoah:

    Spiegelman, par un jeu de mots terrible, transforma le vieil adage du spectacle: «There is no business like show business» […] en: «There is no business like Shoah business» (p. 32).

Emile Brami, ou son héros, aspire à faire sienne cette maxime. Il caresse le rêve de devenir riche et connu comme Spiegelman. Ce ne sera après tout, pense-t-il, qu’une question «de force, de cynisme, de fausse vulgarité» (ibid.).

L’ouvrage, à mes yeux, mérite une invitation à la télévision chez Bernard Pivot et, peut-être, le Prix du premier roman à défaut du Prix Fémina.


Paru dans Rivarol le 13 octobre 2000, p. 10, sous le titre: «Mentir est-il devenu une nécessité?», amputé d’un fragment. Republié, complet, dans Etudes révisionnistes, volume I, 2001, p. 114—116.

"Journal" d’Anne Frank (arrêt d’Amsterdam du 27 avril 2000)



La cour d’appel d’Amsterdam prononce qu’il est désormais permis de contester l’authenticité du Journal d’Anne Frank (tel que l’avait publié le père de la jeune fille) mais à la condition d’y mettre les formes. L’arrêt date du 27 avril 2000. Je viens seulement d’en recevoir la traduction des principaux passages.
En 1991, dans une brochure consacrée à l’analyse dudit Journal, Siegfried Verbeke avait présenté, en néerlandais, l’expertise que j’avais rédigée en 1978 et qui, en France, est connue sous le titre : « Le Journal d’Anne Frank est-il authentique ? »
Sur plainte de deux associations, le tribunal d’Amsterdam déclarait que le Journal était authentique et qu’en conséquence la brochure devait être interdite.
Sur appel de S. Verbeke, la cour d’appel d’Amsterdam vient de confirmer le jugement tout en le réformant quant aux motifs. Elle dit qu’il n’appartient pas à des juges de se prononcer sur l’authenticité du Journal et elle ajoute que S. Verbeke et R. Faurisson se trouvent fondés, en principe, à contester cette authenticité. Cependant, les deux auteurs l’ont fait d’une manière que les magistrats néerlandais jugent offensante aussi bien pour la mémoire du père de la jeune fille que pour ceux qui défendent la mémoire d’Anne Frank ; et, surtout, ces auteurs ont placé leur critique dans le cadre d’une contestation inadmissible, la contestation révisionniste de l’Holocauste.
Cet arrêt autorise, par conséquent, sous certaines conditions, la remise en question, jusqu’ici taboue aux Pays-Bas, de l’authenticité du Journal d’Anne Frank, dans la version publiée, à partir de 1947, par Otto Heinrich Frank.
S. Verbeke et R. Faurisson ont donc été condamnés sur la forme et non pas, comme les plaignants l’avaient demandé et, en un premier temps, obtenu, sur le fond.
Aux Pays-Bas, la voie semble libre pour ceux qui, non sans de multiples précautions, voudront marcher dans les pas de R. Faurisson en 1978 et de S. Verbeke en 1991.
9 septembre 2000